I GIALLI DELLA MONTAGNA

QUEL 27 AGOSTO DEL 2017

 

Un corpo, un cadavere che le acque del fiume Noce trascinano con forza in quella prima mattina del 27 agosto 2017. E due merdine, una dottorina e un dottorino principali protagonisti del giallo delle montagne. E una storia del male raccontata anche con la sua metafora. Il corpo si incaglia tra alcune rocce che frenano i flussi tra anfratti e boschi nei dintorni del centro turistico della cittadina di Daolasa dove, il giorno prima, si erano conclusi i campionati del mondo di

mountain bike. La scena si conclude con la sua banalità. Un turista vede il corpo, i carabinieri svolgono gli esami di rito, il cadavere sarà identificato. Ma solo con l’esame autoptico del cadavere emerge una circostanza inquietante. L’affogato si è affogato da solo, l’affogato non mostra segni di violenze, si sarà suicidato da solo ma sul suo petto è disegnata la scritta “27 agosto 2017”. Il medico legale accerta che questa data funesta è stata marcata sulle carni con un oggetto contundente, probabilmente un coltello affilato o una forbice. E il magistrato, di fronte a questa analisi, non  può archiviare il caso tra le  cartelle dei suicidi ma deve operare per scartare o ipotizzare piste alternative.  Ed era proprio quello che voleva il suicida che si è ammazzato da solo lanciandosi dal ponte di Mezzana che collega il paese al capolinea della ferrovia e attraversa il fiume che in quel punto scorre impetuoso.  Era partito alle ore 02.00 esatte di notte da Ponte di Legno con una scatola di sonniferi, uno specchio grande a sufficienza per poter guardare il suo petto e un grosso coltello di fattura militare. Nella sua baita aveva  lasciato e bene in vista un diario dalla copertina di pelle rossa posizionato sulla scrivania del suo studio e facilmente visibile dagli inquirenti che avrebbero senza dubbio perquisito la sua casa dopo l’identificazione di un cadavere con i documenti addosso, certo bagnati ma perfettamente leggibili come la scritta che il suicida si era marchiato sul petto. Un  suicidio programmato, un suicidio si direbbe premeditato dall’affogato che voleva che qualcuno, dopo la sua morte, doveva per dovere giudiziario leggere il suo diario che raccontava la storia del male e la sua metafora. E la metafora delle merdine, così li descriveva l’affogato e le vicende del suo ultimo anno di esistenza. La grafia sul diario è lineare, lucidi i contenuti, semplice e qualche volta articolata la descrizione dei personaggi che avrebbero, con il male, sconvolto la sua coscienza. La prima merdina sarebbe la dottorina, conosciuta nella Val di Sole come la “burina dell’Alto Lazio”, località questa dove, secondo il suicida, la donna si sarebbe dedicata  ad attività politiche di matrice nazi fascista. Il suicida la descrive come una donna piccola, con delle gambe sproporzionate alla vistosità del sedere e con una intelligenza perversa e strategica che gli permette di operare nella realtà manipolando svariate false verità. Il dottorino sarebbe invece un uomo molto più giovane di lei e a lei legato, oltre che dagli studi sulla medicina, anche e principalmente dallo stuzzicante, malefico, eccitante interesse per la tresca e dal piacevole delirio del nascosto e del proibito con un soggetto vittima da sacrificare e a cui disegnare una scena per l’attacco alle spalle. Tra i due è comunque la donna che mantiene il potere dell’azione e del gioco, il giovane è, in questa dualità, solo una comparsa da gestire e, all’occasione,  una comparsa anch’essa da manipolare. Haider Sogg, un tempo ricchissimo e potente industriale operante nel settore siderurgico e manifatturiero, aveva fatto tanto male all’umanità e creato tanto dolore. I suoi operai, quelli che lavoravano in paesi senza garanzie sindacali e quelli,comunque sfruttati, che lasciavano le loro lacrime tra i comparti del bresciano o in Austria o in Germania, cadevano come birilli, vaporizzati come succede ad uno sciame di mosche bruciato dalle temperature degli altiforni. Con malattie sempre diverse, con malattie tutte le stesse. Haider Sogg non se ne curava e del resto quale coscienza avrebbe potuto rendere più amorevole il suo scettro obbligato com’era al confronto con i suoi amici capitalisti che, in caso di coscienza, avrebbero tradotto il suo scettro in una seria minaccia. E poi era questa la regola del gioco, la coscienza non sarebbe mai arrivata a lambire il suo cuore e c’era il piacere, il piacere come fondamentale pratica da consumare e con sfumature, anche queste, tutte diverse. Haider Sogg, trovato cadavere, senza più scettro, lui ora costretto all’azione definitiva per sottrarsi dal male e per volerlo raccontare il male, per una volta da vittima,quel male, entrato per una sola volta nella sua vita. Era tedesco ma movimentava i suoi affari dentro un grande palazzo di Vienna e gli piaceva l’Italia, amava tanto il bel paese, soprattutto le sue montagne e non si sarebbe mai perso un Natale a Cortina o a Madonna di Campiglio o tra le suggestive cime di Canazei. A Ponte di Legno aveva allestito una baita, niente di che a confronto di quello che aveva o di quello che avrebbe potuto avere o realizzare. Poi un giorno, con l’inaspettato lancio di una palla di neve che genera la valanga, arriva la rovina economica, tragica e devastante e letta dalle sue vittime come la giusta azione di giustizia decretata dal tribunale esoterico che applica le leggi del contrappasso. Ma chi tiene lo scettro e lo usa per decretare la morte degli altri o lo trasforma nell’unico membro eretto sempre alla ricerca e incurante di quei criteri che dovrebbero garantire al mondo un confine per la sensibilità degli altri, ecco chi ha in mano questo scettro e lo vede ora solo come un osso non può resistere al disastro anche quando le carni e il sangue vorrebbero prepararsi ad una svolta, ad una rinascita. Gli organi si comprimono, tutto esplode. La disfatta esterna genera una nuova valanga, più lenta, più insidiosa ma più diretta perché ora conosce  la vittima e la sua colpa di non avere saputo tenere in mano la spada del capitalismo. Solo, sempre più solo e malato, sempre più malato. E la valanga che,giorno per giorno, istante per istante, logora e distrugge. Il magistrato affida il diario ad un consulente psichiatrico, intende capire quale è stato il ruolo dei due soggetti citati e se, all’interno delle circostanze, abbiamo preso parte altri e distinti personaggi. L’incontro, nel palazzo di giustizia di Trento, a perizia conclusa. E il dialogo tra due professionisti che hanno uno  “spessore”opposto. Il giudice, uomo rigoroso, non ha ancora perso la sua fede nei valori della giustizia e della solidarietà. Lo psichiatra ha invece una brutta fama ed è uno che si vende sempre al miglior cliente. Uomo legato alla destra seppure a quella governativa della svolta, non si è mai fatto scrupoli di falsare per psichiatrizzare gente per ragioni politiche o economiche. Ma, questa volta, non ci sono interessi in campo  e consegna pertanto al magistrato un documento senza inganni:

“Ecco dottore, la mia relazione, credo che sia davvero una storia semplice”.

“Quanto semplice?”.

“Direi semplicissima….”.

“Mi parli della descrizione di questi due personaggi….voglio direi…cosa pensava il suicida di costoro.”

” Riteneva che la donna avesse un’intelligenza strategica ma, da quello che scrive, ovvero da quello che emerge, si sbagliava. La “dottorina” aveva probabilmente una conoscenza psichiatrica che utilizzava manipolando sia il suicida come pure il giovane dottore. Leggendo attentamente il suo vissuto che descrive nel diario emerge chiaramente il basso profilo di questi due soggetti che hanno voluto utilizzare morbosamente la malattia e la solitudine della vittima”.

” Crede che altri sono nel campo e nella storia del suicida?”

“Assolutamente no”.

” E’ possibile ipotizzare una istigazione al suicidio?”.

“Ecco, vede dottore…qui entriamo in una zona d’ombra,  è molto difficile vedere la luce.”

“Perché”.

“Per i due carnefici questa storia era solo un gioco e del resto, io credo, non avevano quelli strumenti mentali e culturali che li portavano ad essere capaci di immaginare una istigazione ne tantomeno sentire la sofferenza del malcapitato”.

“E quale importanza, secondo lei, dava il malcapitato ai carnefici?”

“Io credo nessuna”.

“Nessuna?”.

“Vede..appare evidente, almeno per quello che scrive il suicida….”

“Si…cosa?”.

“Da un primo impatto si ha l’impressione che l’uomo sia deluso, ferito, pieno di rabbia e rancore…e invece, diciamo il punto interessante….”.

“Si….”

“Si è consumato un gioco allo scambio con i carnefici che amavano giocare seducendo un uomo con le attenzioni  e il suicida che sublimava queste attenzioni per convincersi che lui era tornato quello di prima, l’uomo vincente cercato, voluto, plasmato. Un delirio, da tutte e due le parti. E con queste due parti nell’arena circense dove la soggettività e la presenza era solo trasformata a “cosa”, strumento e dove non vi era nessuna importanza che non fosse il bisogno per l’interesse e per lo scambio”.

“Quindi lei sta dicendo che il suicida non ha sentito la perdita, il dolore dell’inganno, l’umiliazione del tradimento?”.

“Proprio così…ha detto bene. Quello che ha sentito è stato il ritorno alla disfatta.

Lui si era ricamato un sogno, viveva nel sogno di essere ritornato alla sua potenza grazie all’abilità messa in atto dalla morbosità dei due carnefici. Con la fine del sogno è tornata la valanga. Il disastro economico, la chiusura delle sue fabbriche e gli amici potenti che sarebbero tornati a guardarlo come un appestato.”

“C’è però una cosa che non capisco….”.

“Ovvero?”.

“Quale strategia hanno inventato i due carnefici tanto da fargli credere che il sogno era reale?”.

“Questa dottore è la domanda più importante ma io dal diario non sono riuscito a carpirne la risposta.”

L’indagine viene chiusa e archiviato il caso come suicidio e del resto i molti elementi raccolti dall’esame autoptico non lasciavano alcun dubbio.

Le mani di Haider Sogg mostravano tante piccole lesioni ed escorazioni segno evidente che l’uomo ha impiegato molto tempo per ferirsi al petto e che questo lavoro oltre  a procurargli molto dolore ha lasciato anche traccia di violenza sulle carni che utilizzava come strumento. E poi, inaspettatamente, spuntano anche due testimoni. Un vigilante notturno incaricato di aprire la stazione ferroviaria e uno scrittore, a passeggio con il suo cane. La loro versione concorda, erano  vicinissimi, l’uno dall’altro, quando hanno visto la scena.

Vengono interrogati subito e gli atti trasmessi in Procura ma l’ufficio che li riceve avvia la pratica ritenendo che si tratti del cadavere, ritrovato il giorno prima della morte di Haider dalle parti del fiume che lambisce la contrada di Mostizzolo. Una svista comica nella storia di un pescatore morto di infarto e che

ritarda le indagini  lasciando in molti nell’imbarazzo. Il magistrato è furioso ma,

del resto, con quella scritta segnata sulle carni di un morto la procedura non poteva essere diversa e non si poteva non procedere alla perquisizione e al rilevamento di possibili prove nella baita di Ponte di Legno.

Sono le 06.30 in punto della mattina. Haider si avvicina al ponte, ingurgita una intera scatola contenente ben quaranta pasticche di sonnifero e, prima di lanciarsi nel fiume, grida :” Me lo ha detto la morte nel sogno!”. I carabinieri ritrovano la scatola dei sonniferi sul ponte di legno e, qualche ora dopo, saputo il nome del suicida, si avviano con la polizia di Trento e con un tecnico informatico verso la sua baita perché bisogna partire alla caccia della traccia numero uno, il computer. Tra tutte le stanze, a parte il diario rosso, non si trova niente di interessante. Viene monitorata la posta elettronica e si leggono tante lettere di risposta che Haider indirizza prevalentemente a società di recupero crediti sempre con lo stesso testo:”ATTENZIONE! QUESTA CASELLA E’ CHIUSA E SOTTO IL CONTROLLO DELLA POLIZIA POSTALE”. Per le autorità non serve più niente sapere, non serve più niente capire. Comincia così il racconto della storia del male. Con due passaggi che Haider scrive sul suo diario, due chiavi d’oro trascurate dall’ignoranza di uno psichiatra tanto inutile, semmai minaccioso con la sua falsa scienza, e con un libro che tutti avevano visto sulla scrivania di Ponte di Legno. Un testo prezioso, un diamante. Scritto da Haider e pubblicato in tedesco.

 

Un uomo viene ricoverato all’ospedale Santa Chiara di Trento. E’ confuso, scioccato, alterato.  E’ il vigilante che la mattina del 27 agosto ha assistito al suicidio. Ha bisogno di parlare, da diversi giorni non riesce più a dormire e insiste nella certezza che quell’uomo non si poteva proprio salvare: “Eravamo in due, tra noi vicini, ma troppo lontani da quel disgraziato che si è ammazzato! Non potevamo fare niente…niente potevamo fare….”.

Gli psichiatri, nel praticare la loro falsa scienza, assumono potere e godono di grandi privilegi e saranno sempre non colpevoli della distruzione delle persone.

E sono incapaci di vedere quell’evidente a cui la falsa scienza non assegna nessuna prova. L’evidenza onirica, quella parallela alla realtà che la falsa scienza decreta come vera. Lo psichiatra della perizia, per esempio, non da peso e credito a uno dei due passaggi scritti da Haider sul suo diario e relativo ad un sogno che aveva fatto la notte prima del 27 agosto:” Il mio sogno si è compiuto, ora  lo devo realizzare.”  Una figura oscura gli compare, senza faccia, avvolto da un tessuto nero. Gli consiglia la scelta finale e lo istruisce su cosa fare:”Segna il giorno sul petto e sulle tue carni e segna la tua morte con il tuo dolore e con il tuo sangue”.

Haider gli chiede perché e l’uomo in nero gli risponde:” Le azioni, tutte le azioni, e le scene, tutte le scene che le merdine hanno pilotato perché facessero parte della tua storia, perché fossero da te vissute dentro la storia ora saranno le scene della loro vita, cicliche e interminabili e segnate dalla scritta che lacera la tua carne”.

E’ la prova che spinge Haider al suicidio, lampante. C’è l’istigazione al suicidio da parte dell’uomo nero. E allora perché lo psichiatra non informa di questo il magistrato? C’è, in questa reticenza, un’altra vera prova della psichiatria come falsa scienza. L’addurre ragioni pertinenti all’onirico avrebbe sminuito il significato della vita e del pensiero reale. Come  può un sogno e uno solo spingere un uomo a tanto? In tutta la pseudo letteratura della falsa scienza nessuna si permetterebbe mai di additare una prova del genere. La persona si uccide dopo un lungo processo dove la scelta di morte appare tante volte e in tanti istanti.

Per lo psichiatra certo il sogno sarebbe stata l’ultima goccia ma irrilevante senza il lungo vissuto, senza il lungo processo. E invece Haider, senza quel sogno, avrebbe continuato a vivere il gioco perverso di cui si era reso conto nel suo ultimo anno di vita.

Berlino. Due anni prima. Haider è già un uomo decaduto da molto tempo ma, nel percorso di rinascita di una persona diversa, ha sviluppato una grande bellezza. Un lucifero divenuto quasi un santo. Scrive un libro nella sua lingua di origine e lo intitola la “Bellezza” istigato da una scena che lui chiamerà illuminazione. A Ponte di Legno, nel passeggiare tra i boschi, guarda gli animali e gli uccelli andare in tutte le direzioni e i pesci del fiume scegliere distinte correnti come farebbe la nuvola che si confronta con il vento e i ruscelli che si dirigono per mille rivoli. Pensa che in quel momento la vita risponda alla sua domanda sulla verità. Ci sono tante verità ma quella vera è la verità che si porta nel cuore. Solo il cuore non tradisce, non inganna, il cuore non mente. Sembra un pensiero elementare ma è la riflessione, semplice, che lo spingerà a scrivere il suo romanzo  che ora lui porta a Berlino, da un grosso editore, suo grande amico prima della disfatta. E’, tutto sommato, felice, si sente rinato e proiettato verso la luce tanto da arrivare a ringraziare tutte le ragioni che lo hanno portato al declino e che hanno aperto nuove strade e nuovi percorsi di ricerca sul significato della vita e di tutta l’esistenza. Ha pochi amici e una compagna, Teresa Goberno, la donna che due anni dopo descriverà nel suo diario in modo spietato e che considera invece adesso stupenda, luminosa,generosa e coraggiosa. Ma quel sogno dell’uomo nero compare, compare sempre, con la stessa scena che sviluppa la stessa istigazione. Il sogno ricorrente trasmette scenografie mutabili e l’uomo nero non citerà mai la data di morte del 27 agosto. Haider  si dona, vive il rapporto con gli altri in modo leale e frontale, non nasconde, non mente e pensa che anche in questo lui possa leggere la sua rinascita. L’editore gli chiede:” Non capisco, parli e scrivi in perfetto italiano, perchè vuoi pubblicare questo libro in tedesco?”. L’offerta editoriale è buona, anzi molto vantaggiosa. Nel conteso confuso ed elitario del mondo editoriale tutti penserebbero che Haider sia stato

privilegiato per il suo passato e per il solido rapporto amicale che ha mantenuto con l’editore. Ma non è così. L’editore capisce ovvero prima ancora intuisce le grandi potenzialità letterarie del lavoro la “Bellezza” che vuole mandare in stampa il prima possibile. L’autore firma il contratto e riparta da Berlino per L’Italia. Il libro potrebbe avere un immediato riconoscimento ma succede l’incredibile. La “Bellezza” porta in se il potere di saper spiegare in una forma semplice ma con un alto spessore culturale i grandi turbamenti dell’umanità che ha sempre cercato di capire le connessione tra il pensiero, la verità e la menzogna. Con la letteratura Haider raggiunge la psicoanalisi e con la sua penna potrebbe arrivare alla stragrande maggioranza di persone finora private di quel pensiero semplice che porta alla luce quella conoscenza esposta  nel tempo dai cervelli per una minoranza. Il sospetto, l’intuizione, le paure, i deliri, il pensare ad una scena, un’azione, un atto prima ancora che succeda e credere che sia stato il pensiero a dirottare gli attori verso quella scena e provare per questo colpa, rimorso, rabbia. O guardare il mondo con gli occhi della bellezza e non riuscire per questo a credere che chi ti sta accanto possa essere responsabile dell’imbroglio e quindi attore che ti dirige verso il male. Questo, come solo assaggio, tutto questo nel tutto grande di una riflessione e di un movimento della penna che non andava perso.

27 Agosto 2017, ore due di notte. Haider esce dalla sua baita di Ponte di Legno e si chiede se c’è qualche oggetto prezioso da portare con se, prezioso per il ricordo.

La baita è stata pignorata, la sua macchina sequestrata, dispone ancora di una vecchia jeep con cui dirigersi verso una direzione che non conosce e sa che dovrà compiere sulle sue carni un atto tremendo. Ha paura di non riuscire, ha paura di non farcela, teme di non essere all’altezza. Un oggetto prezioso esiste, è un accendino rosso, rosso di tanto amore, ma lo cerca e non lo trova. E lui tra poche ore non sentirà più il bisogno di fumare. La luminosa notte rende le montagne e quel che resta dei ghiacciai cartoline di richiamo alla vita con all’interno il magico incanto del canto del lupo e dell’orso e poi la vista delle stelle che dicono di essere comete che torneranno al tuo passaggio. Una cartolina che vorrebbe fermare Haider Sogg e lui, anche, vorrebbe fermarsi e ringraziare questo mondo diverso che ha saputo pensare alla sua esistenza. Ma è tardi, troppo tardi, il sogno dell’uomo nero tornerà sempre e Haider Sogg è stanco, troppo stanco perchè incapace di capire i limiti della realtà e quelli della verità, e il loro confine che invece si perde nell’infinito, che invece tradisce il certo, il finito. Non saprà mai se la sua bellezza potrà viaggiare per sempre tra gli spazi, conoscere universi,galassie, nuovi mondi. Non conoscerà mai il valore, certo, di un giuramento, anche quello più sacro, quello più inviolabile perchè la distanza tra le persone è netta e questa distanza appare feroce e insopportabile. Una persona, due persone, un uomo, una donna, un amore o una speranza sono come tante stelle che si guardano e sanno insieme di esistere custodendo però, ogni stella, il suo segreto. Allora il tutto finisce, il tutto deve finire in questa catarsi del viaggio, breve, che nutre la distanza tra un punto esatto e la scelta di un fiume. Morire per rinascere, uccidere la storia di una vita o la vita di una storia con la fede che incoraggia e ti toglie la paura, la fede estrema e certa sul ricominciare con più fortuna sugli incontri, l’amore, sulla lealtà e la sincerità e la verità, tutta la verità.

Haider Sogg, esita, un’ultima volta, quando al Passo del Tonale, sulla linea di confine tra Lombardia e Trentino Alto Adige, ferma la jeep e guarda distratto, alla sua sinistra, il mausoleo dei soldati morti nella prima grande guerra.

Guarda pensando di cercare un posto dove potrà tranquillamente lavorare per ferirsi con lo specchio e il coltello militare. Poi, debole e sanguinante, raggiungerà il ponte sul fiume.

2016. In un giorno imprecisato. Haider viaggia verso Berlino, vuole chiarire,una volta per tutte, con l’editore, l’assurda e incredibile vicenda della stampa del suo libro che sarebbe comica se non fosse in se tragica per la completa sparizione dei contenuti del suo lavoro.  Al suo ritorno,quasi in arrivo al Brennero, il treno è costretto a fermarsi per un allarme a bordo. Un passeggero si accascia per un infarto. E’ Haider, indebolito da una malattia generale, al suo terzo infarto. Un giovane medico gli presta i primi soccorsi, si prende cura di lui, lo accompagnerà perfino in ospedale. Diventeranno amici, un sodalizio che durerà fino alla sua morte. Si chiama Sandro Keller e, da quel giorno, Haider avrà solo due presenze nella sua vita.

Keller e Teresa Goberno si conosceranno ma non diranno mai ad Haider di avere una corrispondenza parallela tra di loro. Un rapporto segreto e indecifrabile nella sua reale natura. Quando si sono scambiati i numeri di telefono? E perchè stabiliscono un contatto tenendo all’oscuro di questo la persona che dicono di voler bene? Il diario di Haider, le sue citazioni e la stesura del suo libro la “Bellezza” compongono la trilogia del giallo delle montagne con tre verità che, forzatamente, diventano conflitti quando, di volta in volta, la realtà formale tradisce la verità letteraria o quella fantasticata.

La realtà formale descrive Keller e Goberno come due brave persone che hanno cura di Haider per amicizia o amore e che comunicano in segreto e alle sue spalle ma solo a fin di bene considerandolo sospettoso e dal carattere ossessivo. I trucchi e gli imbrogli  sono giustificati dalle diagnosi mediche e il ruolo nei rapporti diventa importante tra i “professionisti” e il ” malato”. Il male potrebbe agire anche con queste forme e infatti, tante volte agisce con i trucchi dei ruoli e dei poteri. Ma è davvero questa la realtà formale?  Teresa Goberno legge di nascosto un passaggio nel diario di Haider e ne rimane impietrita:”Lei pensa di giocare con me, e questo gli piace, gli piace imbrogliarmi e manipolarmi, ma non sà che sono io che la sto studiando per capire le origini del male”. E’ la seconda citazione che viene trascurata dal perito psichiatra e che potrebbe smentire le diagnosi mediche fatte ad un uomo che si dimostra invece lucido, attento a quello che gli succede intorno. La categoria dei medici, con quella degli psichiatri e degli psicologi, ha sempre attinto dal pozzo delle perversioni con un piacere della manipolazione e dell’imbroglio che potrebbe di gran lunga superare la massima espressione  dettata dal paradosso siciliano:”Il potere è meglio del fottere”.  Lo faccio per il tuo bene, non potevo dirtelo, te lo avrei detto, temevo una tua reazione. Sono le parole del male che così mostra la sua faccia attingendo agli alibi e alle giustificazioni  per consegnare ai carnefici gli amplessi che si consumano all’interno del cerchio nero del proibito e del nascosto. E’, in sé, un’azione sessuale molto più piacevole anche se, fisicamente, i corpi potrebbero non incontrarsi e, forse, quando il contatto è assente, si gode con più piacere con la mente poichè il contatto delle carni potrebbe, alla fine, terminare il gioco e diluire l’estasiante sensazione di potere. Oppure, mente e corpo,con la dualità del suo contatto spinge l’overdose all’ennesima potenza e questa complicità diventa inscindibile per attingere al piacere dato dal senso di potere che si rilascia sapendo di avere in mano la vittima. Una prova elementare potrebbe essere filmata negli ospedali e in quelli soprattutto dove maggiore è la presenza della sofferenza. Luoghi dove con una cinepresa anche il più mediocre dei registi porno potrebbe lavorare per ambire all’oscar sulla più grande mescolanza delle carni. Lo stato di dolore, la presenza imminente della morte e la realtà scomposta che rende irreale la presenza della vita, scatena il delirio, il compromesso di menti e carni quando, sullo sfondo, le vittime ci sono, non sono state identificate, ma sono tante. Una cosa diversa, certo, diversa quando le vittime sono in disparte, non coinvolte. Diversa questa cosa da una scena senza grandi varianti e sfumature con  solo tre i soggetti disegnati e dal male sceneggiati. Haider Sogg deve aver visto e vissuto questo se è vero che un uomo, un tempo senza sentimenti, ha provato con successo a muovere la penna per la sua “Bellezza”. Un libro che ammette anche il sesso più estremo se non piombasse dentro l’oscuro malefico dell’imbroglio. Ma l’ospedale, come l’ufficio o il contesto sociale, deve garantire che la sua scena resta intatta così che il portantino, l’infermiera, il medico e il primario possa ritornare alla scena intatta dove non è stato pagato nessun prezzo per il piacere, il favore, l’avanzamento di carriera e rendendo anche così confusa la scena che si è nascosta. Nessuna percezione sui limiti e i confini tra un punto e l’altro. C’è stato davvero amore? Sentimenti? O ancora, tenerezza, semplice incanto per la goduria?Ricerca del sesso per  penetrare la vita e la morte che sta li, li sul corridoio del reparto e va scacciata con la vita dell’amplesso? Come dopo un funerale di un parente caro, dopo un massacro di guerra, dopo essere stati insopportabilmente dentro uno stato di conflitto lacerante. O non si è voluto con il sesso ambire ad altro? Ad un tanto di tante cose che gli stessi attori faranno fatica a riconoscere a loro stessi e questo va bene, è comodo, non si è costretti a cercare le risposte dentro  e quindi l’oscuro maleficio dell’imbroglio è la carta vincente per stare alla tavola dei bari dove,  dandoti la carta, l’imbroglio ti lancia anche la certezza, la sicurezza, l’assenza di conflitto. Non devi spiegare niente, sei assolto dalla fatica del confronto. Ma è solo un aspetto, solo un profilo della faccia, un lato della medaglia. Il mostro attinge a risorse illimitate perché sa chi sei, chi potresti essere, chi non sai di essere e che cosa vuoi e che cosa non sai di volere o che cosa vorresti o non vorresti fare. Le religioni hanno sempre dato una spiegazione troppo elementare sulla pratica del male che,vedendo la bellezza, cambia gli attori che l’hanno sviluppata e li porta verso azioni distruttive che loro stessi , passato l’impegno del male, non saprebbero più spiegare.  La religione, in se strutturata come perfetta società per azioni, ha per questo dovuto dare un immagine al bene ed al male con il suo angelo e il suo diavolo negando dunque volutamente la vera consistenza, la vera presenza del bene e del  male nella mente umana in sé primitiva e cosmica. Tutto nasce dal principio della vita e dal controllo che l’energia dell’universo esercita sull’umanità con un dialogo costante. Il male e il bene sono dentro di noi, lo sono sempre stati. Sono dentro la nostra nascita, sono dentro la nostra storia. Come due entità, ci guardano, ci studiano, ci fanno incontrare con altre persone già monitorate per metterci alla prova. Se il male, lanciato con più forza dal nulla e dall’ignoto, dunque se il male è più forte, con la sua equazione raggiunge il suo obiettivo, la sua vittoria.  E’ il caso del giallo delle montagne.Per Haider la potenza cosmica del bene lo aveva fatto incontrare con Teresa Goberno leggendo che c’era, dentro tutta la loro storia, una storia migliore. Il legame sarebbe stato perfetto e l’energia del contatto, da pelle a pelle, lo dimostrava. Due storie migliori per generare qualcosa di più grande e, in sintesi, la vittoria del bene. Il libro la “Bellezza” analizza tutti gli aspetti, tutte le mosse che il bene e il male mettono sul campo. Ma, come succedeva agli operai di Haider Sogg, il testo si vaporizza e le macchine danno in stampa un banale trattato di medicina. L’editore è spaventato, sono tutti spaventati e Haider Sogg viene ora guardato con diffidenza e timore. E’ già più di un appestato, di un capitalista fallito o di un alterato. Lui riesce, con la copia che gli rimane in mano, a pubblicare in cento copie e a sue spese il libro che non leggerà quasi  nessuno. Il male,per Haider, con la sua azione contrapposta, intende distruggere la bellezza di quella grande storia d’amore attivando l’altra  metà oscura, la storia del vissuto del male nel vissuto dei due soggetti d’amore. E’ proprio così, ogni persona si relaziona con gli altri attingendo alla sua storia, quella della vita migliore e della vita peggiore. In parte il vero amore nasce quando le cose migliori dei due amanti, come due atomi di bellezza, scatenano energia pulita facendo diventare la ricchezza della storia passata un collante per capire la propria vita e per continuarla con la conoscenza

insieme. E’ un big ben, un microcosmo universale che non può essere intaccato. Non dovrebbe essere intaccato da nessuna azione esterna, da nessuna componente interna. Il bene trasforma Haider Sogg, uomo illetterato, in uno scrittore raffinato affinché possa spiegare il tutto e, a se stesso, prima di tutto, per rispondere con il movimento della penna all’attacco del male. Ecco un passaggio del libro che aveva riportato nel diario rosso:”La vera verità è la sola arma capace di contrastare il male, il solo grimaldello, forse, in grado di rimettere tutto in gioco anche quando nello scontro con il bene il male appare ancora più forte.” In verità Haider Sogg è ingenuo, sebbene rinato come persona diversa, è incapace di interpretare la grande lettura del male lui, che, nel suo libro parla di un amore finalmente grande, vero e vissuto senza trucchi e con stima e profondo sentimento. Lui è certo e lo scrive che è stata la potenza cosmica a farlo incontrare con Teresa Goberno. Non riesce a capire e nemmeno intuire, nonostante i ripetuti segnali espressi nel rapporto, che il male sta giocando con la faccia del bene ed è tanto vigoroso questo gioco da riuscire a convincere Haider Sogg che l’amore, come scriveva agli inizi, sulle prime pagine del suo diario, non è affatto una proiezione e invece esiste, esiste eccome! Le contraddizioni tra il libro e il diario, in parte, sono evidenti ma i contenuti contraddetti sono l’esatto risultato del gioco del male che si maschera con la faccia del bene. Ad un certo momento, in un tempo esatto, Haider non vede più ne sente quel gioco perverso che lui credeva necessario per riportarlo ai sogni della sua vita passata. Quel gioco che lui accettava, quel gioco che lui fingeva di non capire lasciando ai due carnefici la certezza che lui fosse una vittima. Ed è in questo istante che si inserisce la vera forza del bene che, incapace di contrastare il male, ha solo il potere di lanciare un messaggio ad Haider, un messaggio preciso che non può non capire. Un segnale per ricondurlo alla vera verità:”Attento, ha sempre giocato con te, lo hanno sempre fatto, in due, per giocare morbosamente con te”.Ma quali sono le armi a disposizione delle due forze contrapposte? Il male ha praticamente quasi tutto in mano e dispone di un jolly, il sogno, che rende la partita già vinta. Il sogno dell’uomo nero che assicura ad Haider che la sua morte scatenerà il maleficio della ripetizione delle azioni condotte dai carnefici. Tutto quello che hanno fatto lo subiranno quando, finito il gioco, e tornando ai loro percorsi, incontreranno altri uomini e altre donne che si comporteranno con loro allo stesso modo copiando le scene che saranno cicliche e senza fine e con umanità differenziate a secondo del tempo e della storia che si consuma. Il male ha creato il contesto, ha visto i personaggi, li ha fatti incontrare dopo aver letto la loro storia e capito che era la storia giusta per la connessione. Ha inteso che era troppo debole la storia migliore dei carnefici e della vittima, tanto debole che non sarebbero riusciti a svilupparla mentre, la loro storia peggiore era perfetta per cominciare a rappresentare l’inesorabile sceneggiatura.  E il bene? Di quali risorse dispone? Di una forza debole, molto debole appunto che può dare ad Haider solo una rinascita, la capacità di vedere la bellezza e di raccontarla e, come ultima risorsa, un regalo raffinato che gli permetterà, almeno, di   capire quasi tutta la realtà, quasi tutta la verità. Il dono dell’intuizione che sarà però anche un grosso macigno da caricarsi quando la cinepresa riporterà indietro tutti i fotogrammi della pellicola.  Sul diario rosso Haider appunta con molta lucidità la descrizione dei suoi carnefici. A parte il corpo deforme, Teresa Goberno, con i suoi elementi, sarebbe la giusta attrice protagonista del filmato terrificante. Sempre proiettata verso il piacere di preparare, gestire e controllare tante verità, destrutturata e bipolare, accompagnata dal gusto del gioco, capace di provare e sublimare sensazioni quando il gioco porta a dei risultati. Diventerebbe indifferente nei confronti di quella vittima che dal gioco si smarca o quando capisce che sta cercando di farlo. Eppure capace di mostrare la sua falsa sofferenza per riportare la vittima sul suo percorso dove inserisce tante comparse poiché, per il suo gioco, ne ha evidente bisogno. Non è interessata ad un progetto, ad un futuro, a un dopo ma solo di sapere quanta sofferenza o disagio può avere provocato.

27 agosto 2005. Nella tana dell’orso un uomo viene rinvenuto cadavere ma non è stato l’orso ad ucciderlo. L’animale anzi, anima perfetta e scintilla divina, vorrebbe cercare di rianimarlo, lo accarezza con le sue zampe, lo bacia e gli lecca la faccia come farebbe una madre disperata con il suo bambino. San Romedio, Monastero incastrato tra rocce fiabesche nell’alta Val di Non dove vengono qui in tanti i pellegrini e, qualche volta, anche qualche animalista che protesta per l’orso tenuto dentro uno scenario che, per la sua natura, è solo una gabbia stretta.

Yani Valic è la vittima, colpito alla testa con una calibro 38 e poi scaraventato di notte dentro la gabbia stretta. Slavo, industriale, capitalista ricchissimo che aveva fatto fortuna dopo la dissoluzione del suo paese, la ex Yugoslavia, con il commercio delle armi e il traffico di droga per poi investire i proventi nei mercati legali della siderurgia e delle costruzioni in Italia e Germania. E diventato socio di minoranza di una delle più importanti holding di Haider Sogg.

Yani Valic ricattava Sogg, minacciandolo di far sapere alla polizia italiana le vere ragioni della rapida crescita di una fabbrica siderurgica nella regione austriaca della Carinzia. Aveva tutte le prove sul riciclaggio del denaro sporco avendo lui stesso condotto le operazioni finanziarie. E non si accontentava di restare socio di minoranza, voleva almeno una fetta importante della torta. Il suo omicidio era stato premeditato da Haider Sogg  con due sicari fidati da lui fatti arrivare in Trentino. L’agguato però non avviene con le modalità che il mandante aveva decretato. I sicari avrebbero dovuto simulare un suicidio e poi abbandonare  il corpo tra i boschi in attesa che fosse rilevato da un escursionista o da un cacciatore e lasciare la pistola vicino al cadavere. I due assassini, entrambi tedeschi, diranno poi a Sogg che non sono riusciti nella simulazione per la reazione improvvisa di Yani Valic ma, in realtà, in loro c’era  un progetto più raffinato e a lungo termine. La vittima era stata fatta ubriacare e si fidava dei killer poiché erano sue guardie del corpo ma la somma di denaro che avrebbero avuto era un boccone troppo ghiotto e frantumava qualsiasi scrupolo. Hoder Valen e Masfert Phatt avevano nomi troppo strani per essere riconosciuti come appartenenti ad un preciso popolo. Phatt era la vera mente della coppia assassina confinando Valen nel braccio armato del sodalizio criminoso. La sua idea era quella di ricattare a sua volta Haider Sogg quando sarebbe arrivata l’occasione nel tempo giusto con alle spalle una indagine di polizia, certo archiviata, ma pur sempre una indagine per un caso di omicidio. E la gabbia troppo stretta dell’orso era il posto migliore dove gettare l’assassinato. Non sarebbero stati visti di notte e il cadavere sarebbe stato trovato il giorno dopo. Poi le cose cambiano, rapidamente. Valen viene ucciso durante una rissa in una bisca di Amburgo, Sogg sprofonda nella disgrazia mentre Phatt scala tutti i gradini della delinquenza  fino a diventare il più importante referente tedesco del crimine organizzato. Sogg non è più ricattabile, è un uomo finito e non ha più niente da dare ma Phatt viene a sapere, dai suoi informatori ,del viaggio di Sogg a Berlino e del libro che vuole pubblicare e si mette in allarme:” Se quest’uomo è davvero uscito di testa, può essere capace di tutto, anche di scrivere quello che mi ha chiesto di fare”. E’ il suo pensiero, un chiodo fisso che certo non confida  e dunque attiva i suoi gregari perché quel testo scompaia, magari in modo eclatante, e sia mandato all’autore un messaggio preciso e inquietante che arriva per posta, dalla Germania:” Ai tuoi amici non importa quello che tu scrivi, ai tuoi veri amici importa che tu distrugga tutto quello che scrivi”. La lettera, naturalmente anonima, riporta in calce la data del 27 agosto 2005. E, all’interno della busta, Sogg trova anche la pagina di un giornale austriaco dove è stata pubblicata la notizia di un morto annegato trovato sulle rive del Danubio con la foto,ben visibile, dell’affogato. Lui adesso, stimolato dalla bellezza, spinto verso la coscienza e dunque tormentato anche dal rimorso per le sue azioni, capisce il significato di quella corrispondenza che estingue quelle sue poche forze rimaste e l’esiguo controllo che aveva ancora di se stesso. E’ l’ultimo atto dove si legge anche la prova del sogno ripetuto, il sogno che coagula tutto il suo passato. L’uomo nero talvolta assume le sembianze dell’assassinato slavo, talvolta è un uomo africano che muore di fame o un operaio dallo sguardo scarnificato con la pelle che espelle grassi, sudore e sangue. La forza del bene ha voluto cambiare Haider Sogg e la forza del male è riuscita ad utilizzare questa   trasformazione con una dimensione onirica destrutturata che fa emergere il passato peggiore soffocando il presente migliore. E’ tutto chiaro, tutto ritorna. La sua scritta segnata sulle carni, la scelta di morte con l’acqua per essere certo che verrà mantenuta la promessa della vendetta. La minaccia diventa certezza e dunque la scelta migliore è quella di utilizzare la sua morte per punire i carnefici. Il male,vincente, con una regia perfetta elabora il suo sceneggiato, lo mette in scena, lo fa diventare reale, compiuto. Haider Sogg ha bisogno di pagare le sue colpe ma vuole anche giustizia per essere stato tradito da quelle due sole persone che gli mostravano affetto e attenzioni. E non era questa l’intenzione della forza del bene che intendeva accrescere la sua bellezza e stimolare la sua trasformazione. Il bene e il male, forze dell’universo, forze nascoste nell’animo umano, forze annidate nel cuore di Haider, forze in perenne stato di guerra. Il bene avrebbe voluto guidare Haider Sogg verso i boschi e le montagne e dare a lui una diversa scena, una diversa visione della vita dicendogli che il tutto passato lo aveva cambiato e che l’incontro con Teresa Goberno e Sandro Keller formava l’ultimo tassello per la comprensione del mondo spento e inconsistente e che ora la sua nuova intelligenza e la sua bellezza gli avrebbero  permesso di raccontare, con la vera verità, il mondo che lui voleva e poi c’era l’umanità che aspettava e che tendeva, con lo stesso bisogno dell’aria, ai suoi stessi percorsi, alle sue stesse dimensioni. Per il bene, senza quell’incontro, Haider Sogg non avrebbe potuto completare la sua trasformazione. Per il male, invece, l’incontro era l’atto conclusivo della sua vittoria, consegnando Haider alle acque e certificando con questo il modello supremo del suo potere. Era tutto nella mente di un solo uomo, tutto dentro e calato nel suo cuore. Era lui, Haider, che avrebbe dovuto scegliere, era lui,solo lui, che avrebbe dovuto dire al mondo quale è stata nella sua vita tra le due forze, quella determinante. E questo era il punto, non era una sciocchezza e nemmeno la questione di una persona sola, riguardava tutti. Nei primi giorni del mese di settembre del 2017, una delle poche copie del libro la “Bellezza” finisce nelle mani di un commissario di polizia. Ma non è un uomo o un poliziotto come tanti altri. Una connessione di tempi e poi le coincidenze e gli strani giochi del destino avevano messo in contatto il pensiero di Haider Sogg con le raffinate letture dell’acuto investigatore. In Trentino era stata pensata una intelligente iniziativa. Nei paesi, nei borghi, tra le valli e ovunque tra le bellezze naturali, veniva collocata una cassetta in legno dove,chi voleva, poteva depositare dei libri che aveva o ritirarne altri che non aveva letto ancora. Una passeggiata, una gita con la famiglia o la fidanzata poteva portare all’incontro con il balocco. Il “Fiume Invisibile” di Pablo Neruda era stato lasciato da un signore nella cassetta sul Lago Smeraldo. Il signore, un pescatore che con la sua canna restava paziente sulle righe del lago per una intera domenica, avrebbe gradito che qualcuno, dopo di lui, si sarebbe potuto deliziare con le poesie e le prose giovanili dell’autore cileno. Altri, cercavano nella cassetta, l’idea che qualcuno, con un libro, avesse pensato anonimamente a loro, con un libro, già letto da uno ma non letto dall’altro. Come in un gioco si realizzava la connessione dei pensieri o delle fantasie o di una speranza. Succedeva a Madonna di Campiglio, a Pinzolo, sul lago Smeraldo. Succedeva nei posti e nei posti più belli.E in tutte e tra tutte le valli e le montagne scegliere un’escursione o una passeggiata poteva anche significare rincorrere la sorpresa del libro, del balocco come lettura nuova che mai si sarebbe vissuta, nemmeno con la ricerca accurata, in una libreria o in una biblioteca. Il commissario Ulan Bot era stato mandato a rafforzare l’ufficio investigativo della Questura di Trento ma solo per punizione politica. Il potere ha sempre preferito sprecare le preziose risorse piuttosto che lasciare in campo cani sciolti e grandi minacce. E lui, da poco tempo in provincia, non frequentava salotti ne si legava alle famiglie più in vista ma preferiva conoscere e frequentare le persone comuni, la gente più umile, i poveri, gli ultimi e gli emarginati. E non perché questo potesse servigli per il suo lavoro. Sprofondare nel mondo di sotto per cercare indizi e prove di reati. Ulan Bot era così, era sempre stato così e poi in provincia non c’erano grandi cose da cercare ne grandi crimini da perseguire. Tutto il peggio era nascosto e blindato e a prova di commissario. A Cles, in Val di Non, viveva Corradino, un artigiano ingegnoso che il poliziotto aveva salvato da una grossa grana. Quel nome, teneramente lungo, gli ricordava suo padre e anche le azioni di Corradino, coraggiose e stravaganti, gli facevano pensare di trovarsi davanti ad un surrogato   di genitore. Il padre di Ulan Bot, un avvocato siciliano, già negli anni cinquanta aveva pensato, immaginato e realizzato l’agricoltura biologica per la sua campagna dentro il contesto di un mondo contadino allibito da un fenomeno incomprensibile. Un professionista che coltiva la sua terra senza il supporto della chimica e trasforma uno spazio della campagna in un consorzio agrario nel tempo esatto quando è la chimica che comincia a dare la vera risposta convincente a tutti i lavoratori della terra. Un precursore sempre avanti di quattro, cinque decenni e con l’anima  viva della fiaccola intuitiva sul tutto della vita e della sua umanità. La politica, il costume, la società e finanche le arti magiche, la serietà scientifica, la sciocchezza astrologica e le contrastanti dinamiche del pensiero esoterico. Un uomo giusto nel posto sbagliato, un uomo giusto che vive in un territorio troppo stretto e ha solo da scegliere se schiacciare il suo bottone, il suo detonatore o impazzire dentro la gabbia come un leone. Scegliere l’esplosione nucleare per trovarsi di fronte al treno in attesa di avviarsi in uno dei due soli binari. O la grandezza per il mondo o la solitudine e la disfatta. Corradino, l’artigiano di Cles, convince il commissario Ulan Bot a vivere un sereno svago domenicale. Ora sono amici e si vogliono bene. Il Lago Smeraldo in un giorno strano con un tempo incerto dentro strani silenzi che hanno il suono di una parola, come se la parola fosse già un messaggio importante. E’ la scelta del suo amico, per la passeggiata, quel lago, per uno svago e per potersi serenamente confrontare:

“Aveva davvero un nome così lungo tuo padre?”

“In verità lo chiamavano tutti Dino ma tu un po’ gli assomigli per quello che fai”.

Per produrre la famosa mela di Biancaneve, bella e avvelenata, tutti i contadini della Val di Non avevano sottoscritto il patto con il diavolo della chimica che avrebbe, anno dopo anno, ingrassato sempre di più le banche con il gioco, direttamente proporzionale, dell’ingresso in campo di nuovi pesticidi. Era come se ci fosse un solo drogato sempre alla ricerca di maggiori ricchezze ma con il bisogno crescente di aumentare le dosi o di mantenere almeno la ricchezza sapendo però che nuove e più potenti pillole andavano inghiottite. La chimica di nuova generazione sapeva dove andare quando quella già sperimentata aveva esaurito i suoi  effetti intanto che le metamorfosi, aiutate dai tentacoli, si dirigevano, a viso aperto, verso l’abbraccio con le vittime. L’artigiano ,sconfitto ed emarginato, aveva dimostrato che la riconversione biologica della terra era possibile e che era immorale aspettare per questo la drammatica evoluzione delle statistiche sanitarie di morti per cancro. Ma la luce dell’oro è sempre più forte dell’ombra nera della morte.

” Ei….commissario, che ne pensi di questo posto?”.

Al lago Smeraldo si poteva arrivare attraversando un canyon che recintava e custodiva con le sue rocce un parco naturale dove c’erano anche dei mulini ad acqua che, un tempo, trituravano il grano e, alla fine del percorso, un ritaglio inusuale di sassi scavati dal tempo rendevano più suggestivo il percorso finale.

Ulan Bot al suo amico domanda:”Ma questa tua idea di debellare la chimica con gli odori e i suoni….e….”. Si interrompe, si guarda intorno.

Corradino risponde:” E’ stato già dimostrato, funziona. Con segnali particolari si allontanano gli insetti, i maschi si separano dalle femmine e certi profumi, certi odori possono fare il resto. In tutta la Val di Non questo criterio potrebbe essere

applicato, la produzione non ne risentirebbe e invece si preferisce ancora appestare i campi e le mele con cento chimiche diverse”.

La  luce dell’oro sempre più forte dell’ombre nera della morte aveva trasformato Corradino, nell’immagine dei contadini, come il mostro della minaccia che con le sue denunce sulla chimica nei campi e le sue idee strambe poteva alla fine mettere a rischio la ricchezza. E questa paura che nasce dall’ignoranza aveva costruito contro di lui sospetti e dicerie. I mali minori della campagna erano sempre stati piccoli come scaramucce tra agricoltori che, qualche volta, con il metodo della “roncola selvaggia” si tagliavano a vicenda gli innesti delle piante o si bruciavano fienili e masi di montagna. Un giro di voci, il caldo venticello della calunnia, prove costruite ad arte e così l’artigiano era diventato il solo responsabile della roncola e del fuoco.  Un vero casino ma subito frantumato dal commissario che con una piccola indagine aveva prodotto le prove e chiarito tutto con un lavoro da poco per lui ma per un risultato grande per l’amico che ora al poliziotto si sentiva più legato.

Ulan Bot formava, segretamente, con Ubaldo Giovinnacchi e con un giornalista e uno scrittore, il gruppo dei quattro grandi samurai. Ma questa, sul lago Smeraldo, era come se fosse tutta un’altra storia. E quel giorno infatti un’altra storia stava per completarsi quando, incuriosito dalla cassetta di legno che sembrava come un palo a ridosso del lago, Ulan Bot vi si avvicina, la apre, vi scruta dentro e prende diversi libri in mano. L’attenzione subito cade sulla “Bellezza” ed era stato Haider Sogg a lasciarlo lì nel suo girare e peregrinare per i paesaggi di montagna. Ulan Bot rimette gli altri libri nel loro stesso posto intuendo che quel solo testo è quello giusto poiché sente che porta con se un canto particolare  e una storia originale. E comprende, nel toccarlo e sfogliarlo, che il libro custodisce un segnale, forse criptato, che va decodificato e rimesso in comunicazione con il mondo.

Ubaldo Giovinnacchi  era conosciuto nel mondo scientifico ed accademico come un influente, autorevole e “potentissimo” barone della psichiatria che aveva scelto, in un preciso momento della sua vita, di girare le spalle e “tradire” la casta psichiatrica e diventare uno dei peggiori nemici della “falsa scienza”. Il processo era stato lungo e tormentato ma lui, avendo raggiunto la completa sapienza e non avendo più niente da studiare, più niente da ricercare sulla “falsa scienza”, era finito dentro l’oscurità del tunnel sempre più lungo e sempre più buio e si sentiva disperso come un naufrago che cercava di galleggiare tra le onde di un mare in conflitto. Tutto quello che aveva fatto nella sua vita per lui non aveva più senso e il lungo lavoro professionale a cui si era dedicato si traduceva ora nella sola risposta del “niente”. I cervelli della medicina e quelli della falsa medicina lo apprezzavano e lo temevano ma nessuno di loro era riuscito a capire che cosa fosse realmente successo al “traditore”. Quando conosce Ulan Bot, quella sola volta, Giovinnacchi  con il poliziotto si confida e sarà solo lui a raccogliere questa confessione. La vera confessione, enunciazione intima, scappata dal segreto e cosa diversa dalle sue dichiarazioni, dalle centinai di interventi tra convegni e simposi  dove cominciava sempre dicendo che la psichiatria andava abolita.

Abolire, abolire, abolire. Ubaldo Giovinnacchi, avendole perse tutte le false certezze, ora una sola certezza gli restava attaccata al verbo che avrebbe voluto ricominciare con le cose migliori del mondo. Abolire la manipolazione e la menzogna, abolire il mediocre che si riconosce nella moltitudine dei mediocri e diventa branco che divora la bellezza. Abolire,abolire,abolire. Forse, finanche, abolire il suo segreto se rischiava di diventare un’altra di quelle certezze tra le tante. I quattro grandi samurai si sarebbero raccolti insieme prima di tornare a dividersi e non incontrarsi per molto tempo. A San Felix, sulla linea di confine tra il Trentino e l’Alto Adige. San Felice, nel nome italiano, appariva come un oasi dove sostare per guardare le montagne e regalo riconosciuto con questa vista dopo aver salito tanto e all’arrivo trovarsi con l’impressione di essere dentro un passo. I quattro uomini, come abbracciati dallo scenario, sentivano di essere toccati sulla spalla dalla mano calda del padre. E c’erano i venti freddi e i raggi caldi del sole, c’era sempre qualcosa da guardare, un’immagine, lontana, da puntare e una percezione che si incollava alle loro spalle come se quella mano fosse dello stesso padre.

Come i superbi  guerrieri medievali, questi quattro samurai con il loro contatto nell’insieme del gruppo riuscivano a scatenare all’ennesima potenza la forza personale del corpo, del cuore e della mente con l’intreccio delle capacità e con la connessione delle informazioni. Un libro, un’indagine scientifica, una ricerca sociale, una inchiesta giornalista o il tutto importante che si celava all’umanità con i trucchi e le menzogne anche se, e gli altri lo sapevano, era il commissario il collante di questo straordinario fenomeno di confronto, come l’Ettore Majorana per i ragazzi di via Panisperna o come la luce dentro il laboratorio della stanza senza la quale tutti gli amici sarebbero stati privati della colla fondamentale che attaccava insieme il pensiero di ognuno per la verità del mondo. A San Felice Ulan Bot consegna all’antipsichiatra il libro “La Bellezza” e un incartamento: “Devi leggere tutto Ubaldo e con molta attenzione, io credo che il caso di quest’uomo conferma tutte le tue posizioni”. Il poliziotto dopo la lettura del libro aveva cominciato un’indagine privata con i suoi strumenti e all’interno della Questura. Era riuscito a fotocopiare di nascosto il diario rosso di Haider che si trovava ancora nell’ufficio reperti ed era entrato in possesso di un fascicolo che arrivava da un ufficio di polizia tedesco e che spiegava molte più cose a cui però le autorità italiane non avevano più dato importanza. Quell’incontro per i quattro amici era stato come una festa, una serata gioiosa compromessa talvolta da un senso di nostalgia quando si pensava che sarebbe arrivato il distacco. Prima di partire Giovinnacchi chiede al commissario:” Che cosa c’è di così importante in questo libro e in queste carte?”.

Ulan Bot è certo:” Ti accusano di aver tradito la “falsa scienza”, ti accusano di ritenere la psichiatria un trucco e un abuso, ti hanno perfino denunciato alle autorità accademiche quando hai scritto che la malattia mentale non esiste, ecco allora, in queste carte troverai la prova che non ti sbagli!”. Ulan Bot aveva risposto con questa certezza perché rammentava un dialogo con Giovinnacchi di tanto tempo prima: “Mi spieghi questo tuo passaggio Ubaldo? Quando scrivi che il linguaggio di quelli che chiamano “schizzofrenici” è in realtà molto chiaro, anzi chiarissimo!”.

“Intanto bisogna ricordare che questi “schizzofrenici” lo sono diventati per la falsa scienza essendo prima delle persone assolutamente “normali”. Non sono nati così e non hanno avuto malattia genetiche o degenerative che possono essere accertate dalla vera medicina. Hanno mutato il loro rapporto con gli altri e il loro linguaggio, sono cioè entrati in una dimensione diversa che non si conosce”.

Si ricordava Ulan Bot: ” Vuoi  dire un mondo parallelo e per questo classificato come patologico?”.

“La questione affonda tutta nella vera malattia del mondo che si determina con i rapporti di potere tra le persone ed è questa condizione che poi scatena tutto il resto compreso il resto che ancora non si conosce. L’esempio più elementare è quello di un individuo che si apre agli altri spogliandosi e restando nudo perché crede che tutto il suo cuore e tutta la sua anima possa essere dagli altri condiviso. E poi invece tutte le sue informazioni sono manipolate e utilizzate rendendolo attore e vittima del gioco del potere quando il branco lo identifica nella sua bellezza, nella sua purezza e, classificandolo esterno dal contesto, lo colpisce.

Ecco allora che l’unica azione di difesa che gli resta è quella di spostare la propria dimensione mutando anche il linguaggio. Lui adesso parla ma con un linguaggio criptato, dice le stesse cose ma serve un codice di accesso per comprenderle. Come dire, “per quello che ho detto mi  avete imbrogliato ma io ho gli stessi pensieri, gli stessi bisogni, le stesse speranze e ne parlo ma voi questa volta non mi fregate”. Naturalmente nel tutto complesso delle dinamiche umane questo è solo un tassello ma rende l’idea quanto basta per differenziare una condizione da quella che il potere  ritiene invece una malattia”.

Ma si…..si ricordava Ulan Bot, di questo dialogo e di tanti altri, interminabili. Era vincente la sensazione che aveva avuto al lago Smeraldo quel giorno quando aveva sentito che il tocco sulla carta del libro lo rimandava ai dialoghi interminabili e che era allora necessario connettere il suo amico con questo strano incidente.

Tutti i suoi amici sotto l’ombra protettiva di un padre e lui, Ulan Bot, ora di notte nella sua stanza con l’inverno freddo e la pistola sul tavolo. Una Novelok russa a tamburo e l’arma di ordinanza quasi sempre dimenticata nel cassetto del suo ufficio di polizia. E tante lettere su quel  tavolo, sempre le stesse lettere che acquistano colori con la luce fievole di una lampada e disperdono profumi che si raccolgono attorno al calore della stufa a legna. E la donna, sempre la stessa donna che gli scrive dalla Scozia:”Quando vieni da me….io ti aspetto..il lago d’orato ti aspetta…quando lasci la polizia? Perché ti ostini a restare? Perché ti ostini a non capire quello che veramente sei? Tu muovi il pensiero e la penna e  sei fuori posto tra chi ti chiede solo di tenere un revolver”. Il poliziotto raccoglie tutte le lettere e con un’azione lenta vorrebbe trasformare in un ricordo da conservare i fogli di carta. E riprende il suo lavoro avvicinando a se un diario nero e il rapporto di polizia su Haider Sogg che era arrivato in Questura inviato dalla polizia federale tedesca.

Erano  passate tre settimane dall’incontro gioioso dei quattro samurai a San Felix e Ubaldo Giovinnacchi si era già fatta una prima idea del caso Haider Sogg nonostante non avesse ancora letto il rapporto di polizia tedesco e nemmeno approfondito i contenuti del libro la “Bellezza” ma il diario rosso dell’ex capitalista lo aveva analizzato tutto e già sapeva che l’amico commissario non vedeva l’ora di incontrarlo. Tra i due c’è un primo contatto telefonico per concordare il giorno e il posto dove vedersi:

“Allora Ubaldo…”.

“Hai ragione, questo caso va nella direzione da te citata ma deve essere affrontato con cautela, ponderato, senza fretta!”.

“Il diario lo hai letto tutto? E’ credibile quello che dice Sogg?”.

“Diciamo che può essere considerato quasi tutto verosimile.”

“Sei riuscito a inquadrare i due soggetti Keller e Goberno? Haider Sogg si chiedeva il perché un medico molto più giovane fosse tanto interessato a lui…”.

“E’ probabile che sia Keller come la Goberno cercassero informazioni sulla sua vita poi spendibili sul mercato ma poi, avendo compreso che Haider non interessava più a nessuno, hanno preferito dirottarsi verso il gioco che tanto gli piaceva”.

“Ecco, il gioco, Haider lo scrive, ma cosa ti fa pensare che abbia davvero c’entrato il bersaglio?”.

“Non è questa la domanda Ulan….”.

“No?, e allora?”.

“Ci sono due domande in una…ovvero:”Primo, tutta questa costruzione di Haider è frutto di un grande equivoco che ha generato un grande fantasticato? Secondo, quello che ha visto o parte di quello che ha visto può essere ricondotto alla realtà? Ora, solo con l’analisi degli elementi in mano possiamo avvicinarci ad una verità,diciamo, perfettibile”.

“Quindi tu Ubaldo hai la verità ma….”.

“La verità si trova tra le caselle del rebus e in questo rebus vi è anche la prova che la malattia mentale non esiste, anche se, per dimostrarlo, dobbiamo poi ricorrere al libro “La Bellezza”. Quello che possiamo  fare adesso è mettere tutti i punti in campo. E, per cominciare…..”.

“Si?”.

“Haider chiede alla Goberno se è in contatto con Keller e la donna nega ricorrendo ad un giuramento sacro che non si potrebbe mai tradire. Siamo sulla strada che dimostra la grande lucidità di un uomo che ha visto giusto.”

“Perché?”.

“Prova a pensare al gioco del rebus con due caselle che si incastrano, noi dobbiamo incastrare gli scritti di Haider per trovare il risultato. Un giuramento sacro non può essere spergiuro, invece lo è stato e questo basta per sciogliere il rebus e spostare la Goberno su tutta la verità di Haider”.

“Ti precedo, dobbiamo trovare la casella che dimostra lo spergiuro!”.

“Bravo!! Allora continua a precedermi….”.

“Haider ricorre ad un trucco chiedendo all’improvviso a Keller se ha sentito la Goberno e lui, colto alla sprovvista, si mangia le parole,rallenta e poi trova la soluzione rallentata dicendo che  non ha il numero di telefono della donna. Qui si potrebbe anche pensare di essere di fronte al sintomo di Otello che, ponendosi come l’inquisitore ossessivo che fa paura costringe l’interlocutore ad un imbarazzo che diventa prova di una verità che non c’è mai stata….ma….”.

“Ma?…Avanti Ulan, possiamo dire che entrambi abbiamo risolto il rebus”.

“E il sorriso piacevole della Goberno, quella è la prova.”

“Infatti. Haider riferisce questo episodio alla donna che comincia a sorridere e si potrebbe pensare ad una reazione divertita ma in realtà la Goberno gode di piacere  per il sentimento di potenza che gli infonde l’episodio. Lei ora è certa di avere in mano il gioco, di avere in mano Keller dentro una complicità blindata.

Certo l’uomo ha rischiato di tradirsi ma poi si è sforzato per lei di mantenere la posizione. E lo ha fatto per lei come farebbe un alfiere per la sua regina. E la Goberno ha raggiunto questa esaltazione espressa con un sorriso”.

Non era una storia semplice o banale ma movimentata da due persone piccole e di basso profilo e operata con una regia lucida, strutturata e che aveva avuto origine già dal primo istante di contatto tra il Keller e la Goberno e, via via che il tempo passava, il fuoco del piacere si attizzava sempre di più, alimentato dalla personalità di Haider, un uomo tosto, ritenuto, per quanto in disfatta, un osso duro, sospettoso e difficile da fregare. Il fatto invece che il Keller e la Goberno riuscissero già dall’inizio a vincere sulla vittima mostrava la vera natura del piacere sessuale. Era più di un amplesso, molto di più del piacere dato da un tradimento nascosto. Era l’affermazione tangibile della loro superiorità rispetto ad un uomo che, nel loro intimo più profondo, consideravano migliore. Questo gioco, ampiamente studiano e poi rappresentato negli scritti di Ubaldo Giovinnacchi, aveva bisogno di un particolare carburante per evitare che la macchina andasse in panne sul percorso. Serviva la strategia, servivano dei testimoni che potessero esaltare e certificare l’abilità  dei due “dottorini”, serviva godere con dei piccoli trucchi. Un piacere era dato dalla triangolazione delle comunicazioni con il telefono. La Goberno invitava Haider ad una gita in montagna o ad una cena tra amici e poi inviava un messaggio a Keller per dirgli di chiamare Haider e assaporare così il gusto di sentirlo con il complice per monitorare anche la parola. Keller e Goberno portano dentro l’anima nera della borghesia, hanno una viscerale reverenza verso il potere a cui si genuflettono sempre  e, seppure oggi comica la differenza tra un potere di destra o di sinistra, si nutrono con gusto delle immagini dei potenti, anche quelli più decadenti, e di quelli che hanno dimostrato di avere ottenuto tutto, donne e soldi, reclamando l’inconsistenza delle spinte sociali oggi chiamate  “divergenti”. Sono conformisti e  si preoccupano per questo solo di sapere se gli scritti di Haider possono riguardarli o danneggiarli. Ulan Bot domanda a Giovinnacchi:

“Un mese prima della morte dell’ex capitalista, Haider interrompe i rapporti con Keller e Goberno ma dal diario rosso risulta che i due continuano a cercarlo. Questo cosa significa?”.

“Sono in preda al panico e dentro uno stato di dolore perché si rendono conto che stanno perdendo il loro giocattolo, il loro oggetto del piacere, un oggetto prezioso difficile da sostituire con qualcosa di altro. Keller continua a cercare Haider per capire se ha capito o se al piacere può essere recuperato. La Goberno invece, la vera mente del sodalizio, sa che è già finita e che Haider ora conosce tutto e allora fa qualcosa di peggio per trasformare l’eutanasia in un piacere finale”.

“Vuoi che ti preceda?”. Gli amici ridono insieme. Poi Giovinnacchi:”La Goberno lancia ad Haider messaggi contrapposti ma solo dopo avere letto compiutamente il diario rosso e il libro  “La Bellezza”. Si ricorda del piacere  di sentire le parole di Haider mentre parla con il suo complice al telefono credendolo ignaro del trucco,rammenta del piacere quando, in suo presenza, Haider riceve le telefonate di Keller ma non risponde. ”

Lo scrittore Pier Paolo Pasolini diceva che la verità è  nascosta in ogni filmato della nostra vita. Se si vuole davvero cercare la vera verità, se si ha davvero il coraggio di vederla allora basta riportare indietro la moviola e guardare attentamente dentro ogni fotogramma della pellicola. Ed è quello che fa Haider rivedendosi in una terra più lontana, in un viaggio in treno, a bordo di un aereo ma con tutti i limiti delle persone che non riescono a coniugare l’intelligenza con l’intuizione. Una persona intelligente non capisce mai subito quello che gli succede intorno ma ha la capacità di catturare il fotogramma nell’istante e poi elaborarlo dopo un tempo. La persona intuitiva il fotogramma lo vede subito ma la sua intelligenza lo obbliga ad una riflessione che richiede lo stesso tempo  e scarta la certezza del momento. Se si è intuitivi si è anche intelligenti e dunque la trappola è la stessa, è la trappola da cui si può uscire solo dopo un tempo. Spesso ci  si domanda del come sia possibile che persone preparate con intuizione ed intelligenza si trovino poi impacciate e lente nel fare azioni molto più semplici per arrivare alla verità, come per esempio guardare un cellulare per trovare un numero archiviato o più in generale imitare gli stessi trucchi che sono il più delle volte semplici e banali. La risposta è già nella storia di Haider Sogg che, con la sua visione esatta di una complicità blindata tra Keller e la Goberno, si sente come uno che finirebbe nel ridicolo nel cercare di scalfire una blindatura con le trappole convenzionali. La forza intuitiva e intellettiva spinge oltre e porta a cercare il risultato in quello che si è già visto, in quello che già si sa o in tutto quello che viene oscurato dal bisogno di sapere che c’è una storia e un amore nella propria vita. Questo stato mentale, ritenuto fuori dal comune, è capace di leggere anche dentro la storia, dentro la semplice notizia e fa capire ad Haider che nello stato di piacere della donna è anche prevista o sollecitata la possibilità di essere scoperta per riattizzare il gioco  con nuovi trucchi e manipolazioni, insabbiamenti e reticenze, enunciazioni del “non ricordo” e depistaggi. Infatti Ulan Bot domanda a Giovinnacchi citando alcuni scritti di Haider:”La Goberno lascia il cellulare in camera e fa una doccia. Haider avrebbe tutto il tempo per risolvere il rebus, ma non lo fa…..”.

“Devi tenere a mente le intuizioni di Haider Sogg. Lui sa che la Goberno non terrebbe mai esposto l’oggetto che può celare il risultato del rebus. Se lo fa è perché c’è un trucco. Vuole forse che Haider esplori il cellulare per avere prova che si sta sbagliando? Oggi sono infinite e diavolesche le applicazioni che possono celare anche i numeri in archivio. O non vuole forse che lui scopra la verità per sentire ancora il piacere di una sua reazione, qualunque reazione.

Fare finta di niente o mostrare che ha capito. In sintesi, posso dire, che se Haider non fosse morto, i due personaggi non si sarebbero mai rassegnati alla possibilità di godere con altre astuzie, con nuovi percorsi e nuovi progetti”.

Una telefonata lunga con i dialoghi sul caso intervallati da piacevoli discussioni sui ricordi, sulla loro amicizia e sulle tante cose fatte insieme.

L’appuntamento lo avevano fissato ma Ulan Bot non era ancora riuscito a capire la circostanza del maleficio lanciata da Sogg ai giocatori incalliti della mente.

Secondo questa maledizione tutte le amiche della Goberno, semmai avesse avuto un uomo, sarebbero diventate  delle sicure minacce relazionandosi  di nascosto con il nuovo amante per fare apparire la donna come una povera cretina. E questa condizione sarebbe durata sempre a meno che gli incalliti giocatori non decidevano di rinchiudersi in un convento poiché, con il rovescio della medaglia, anche Keller avrebbe dovuto subire tutto il suo amicato.

Ma l’ultimo anello, forse quello più interessante, tracciato da Haider Sogg nei suoi scritti era la paura, di più, il terrore che affliggeva Keller e la Goberno  e di cui lui, non si sa come, aveva avuto prova. Scrive:”Leggono i miei scritti e li confrontano, lui dalla Germania e lei, quasi sicuramente da Milano. Forse vogliono ancora stimolarmi, forse lanciano messaggi per farmi sapere che si stanno confrontando per poi cercare di capire se io ho capito e lo scrivo e lo dico che ho capito”. Ma, in questo ragionamento, gli sfugge qualcosa di più rilevante. Anche se non è chiaro e in che modo il giovane e la vecchia leggono e confrontano i suoi scritti, quello che Haider non capisce è,che, comunque, in questo contatto a distanza c’è ancora l’intento di perseguire quell’ultima nuvola di piacere che molto presto sarà spazzata via dai venti e infatti, la Goberno, prima di quel fatidico giorno del 27 agosto, cercherà in tutti i modi, anche seppure questo non si sa come, di dimostrare a Sogg di essere in contatto con Sandro Keller. Lo scopo è quello di alimentare l’ultimo debole fuoco affinché Haider rimetta mano al suo diario rosso e ricominci a scrivere per potersi lei riconoscere in quello che scrive, sentirsi protagonista, l’attrice principale del finale. E vi è dunque un altro rebus. Se il giovane e la vecchia non hanno più accesso al diario rosso che leggevano di nascosto nella casa di Haider, come possono verificare e confrontare le ultime pagine che Sogg scrive adesso senza avere più nessuno intorno?La triangolazione telefonica era chiara, questa è invece una circostanza per adesso incomprensibile.

Ulan Bot custodiva il segreto di Ubaldo Giovinnacchi ma l’ex psichiatra ne custodiva uno più terrifico sul commissario. In diversi anni monitorava clinicamente e costantemente la salute e l’organismo dell’amico poliziotto con l’aiuto di un primario inglese dirigente  di un centro altamente specializzato nel centro di Londra. Il viaggio per arrivarci i due amici lo facevano insieme.

Succedeva ad Ulan Bot un crollo fisico, una improvvisa ed inspiegabile caduta  di tutte le funzioni vitali, appariva  una vistosa formazione al piede, i parametri glicemici erano così alti che sarebbe dovuto andare in coma diabetico, l’organo   celebrale  si  sfarinava come  un’arancina siciliana lasciata al sole dei deserti, i tessuti, le arterie, il cuore si rivelavano,  con il colore , la forma e la necrosi come quelli di un cadavere, eppure  arrivava vivo per prestarsi al monitoraggio delle macchine che diagnosticavano un sarcoma avanzato, diverse metastasi, tutte le funzioni celebrali e cardiovascolari compromesse in forma irreversibile.

Il Mister Jack, che era poi il professor  Gostjan, vice capo della struttura, un luminare di origine serba che tutti chiamavano così per via della sua maniacale attrazione per il gioco delle carte e collega fraterno di Giovinnacchi riceveva  il vivo sempre attaccando con la stessa battuta:”Ah! Hai riportato il cadavere!”.

E poi, dopo le regolari tre settimane di terapia intensiva, un tempo a cui tutti i medici si erano abituati, Ulan Bot veniva trasferito ai piani più alti dove venivano curati i vivi e lasciava la camera di ospedale dove era collocato per sicurezza dai paramedici, una singola un po’ squallida ma molto vicina alla camera mortuaria.

Il suo sangue,analizzato, non aveva dato numeri ma equazioni algebriche con colesterolo , glicemie, triglicerici e così cantando che, erano certi i medici, dovevano provenire dallo spazio. Ma, quando arrivava Ulan Bot tra le camerette dei vivi, il suo liquido rosso era tornato normale. Il personale dell’ospedale era sempre più terrorizzato, gli infermieri si avvicinavano allo strano “malato” con movimenti lenti e con l’idea di trovarsi di fronte ad un alieno. L’organismo tornava completamente sano, le diagnosi tutte tradite. Un prete, anglicano,girava per i corridoi ossessionato dalla domanda se portare il caso a Lourdes e abbandonare  la sua fede per lo scisma che non riconosce santi e miracoli.

Succedeva tutto in una sola notte quando la temperatura dell’organismo di Ulan Bot si alzava fino a quarantatré gradi e lui cadeva in un delirio onirico che lasciava uscire la sua anima dal corpo per avvicinarsi alla dimensione della luce e del calore.

Ubaldo Giovinnacchi:” Come stai Ulan?”.

“Stanco…mi sento stanco…”.

“Sei tornato sano, come un bambino appena nato, ora tutte le diagnosi contraddicono quelle di prima, è la seconda volta che succede, che cosa significa Ulan, che cosa?!”.

Gli amici rimasti in Italia, il giornalista e lo scrittore, avevano regalato al poliziotto un taccuino con la copertina di cartoncino nero e sulla prima pagina avevano scritto una dedica:”In questi fogli, caro amico, troverai nostre riflessioni che,siamo sicuri, ti saranno molto utili, e di tempo ne avrai ancora quanto basta, a Londra succederà lo stesso che ti dirà come la morte si sbaglia”.

Masfert Phatt, il criminale tedesco che aveva scalato tutti i gradini della delinquenza ed era stato killer al soldo di Haider viene arrestato dai funzionari dall’ufficio anticrimine della capitale tedesca e, dopo sei mesi di isolamento in un carcere speciale, decide di collaborare per entrare nel programma di protezione. In Germania, come negli Stati Uniti, devi dire tutto e subito e se non rispetti le regole, se non lanci tutte le carte, se tieni qualcosa per te con la speranza di poterla barattare a scadenza per avere privilegi migliori, allora rischi di non stare più da nessuna parte, con gli sbirri a destra e i pescecani a sinistra e con buona memoria se hai parlato di loro. Phatt confessa tutto cominciando dagli inizi della sua carriera e,anche se la polizia non sa niente di Haider Sogg e su Sogg nulla gli domanda, il collaboratore, cosciente delle regole e della spada che gli pende per la testa, parla, e parla, come un fiume in piena e i poliziotti ascoltano allibiti:”Io lo volevo morto, vivo era diventato troppo pericoloso. Lui parlava, parlava, e scriveva, dovevo fermarlo!”.

Master Phatt comincia a raccontare tutta la storia dagli inizi ma immette informazioni inedite che stravolgono l’epilogo del giallo delle montagne nel suo aspetto quantomeno criminale. Una volta compiuto l’omicidio e buttata la vittima nella tana dell’orso, Phatt viaggia con Haider Sogg in Uganda per raggiungere un villaggio dove vive una tribù africana tra le foreste e sotto le cascate del lago Vittoria.

Un poliziotto domanda perché e lui, prendendo fiato, si interrompe.

Il poliziotto”Avanti, allora, perché?”.

“Sapevamo di un veleno, un veleno che solo gli stregoni di quel villaggio sapevano fare. Il capo tribù lo chiamava il Goringja che nel loro dialetto significa l’acqua dei morti. E’ un composto davvero strano, noi abbiamo cercato di corrompere tutti quelli del villaggio con regali strepitosi per sapere che cosa utilizzassero per produrre questa cosa speciale……e….”.

Con la velocità di una freccia arrivano domande da una parte a l’altra, sono i funzionari tedeschi che si mettono a cerchio:”Perchè speciale?”.

“Solo alcuni guerrieri scelti potevano cospargere questo veleno nelle loro frecce e solo per colpire nemici speciali”.

Un poliziotto insiste. E’ bavarese,grande bevitore di birra, puzza, è grasso,arrogante:”Senti testa di cazzo, a noi non ce ne frega niente dei tuoi negri, ti abbiamo chiesto perché speciale?”.

“Non lascia nessuna traccia nel sangue e la morte arriva con un colpo secco al cuore che si ferma ma l’incredibile è dato dalla precisione dei tempi e con la sicurezza  di un orologio svizzero. Alla scoccare dei tre giorni dall’assunzione nell’organismo. Una precisione al secondo!”.

Non dice tutto Phatt, i poliziotti lo capiscono dal suo modo di guardare, di muoversi e dal corpo che suda e si dimena.

La letteratura e la malattia mentale era il titolo di un convegno organizzato da una delle tante pseudo società italiane di psichiatria  e che si sarebbe svolto nella casa del Vate, il poeta soldato Gabriele D’annunzio, sul lago di Garda. Ubaldo Giovinnacchi era stato invitato ad esporre le sue posizioni ma si trovava in una situazione davvero difficile. Avrebbe voluto rifiutare, ma, tuttavia, mancare significava giocarsi l’incontro con un grosso editore americano che voleva tradurre tutti i suoi libri e anche le ricerche scientifiche per una pubblicazione su larga scala e in tutto il mercato editoriale anglosassone. C’è ancora un contatto telefonico con Ulan Bot che si trova a Milano:

“Questi sono i veri schizzati! Per loro un poeta o scrittore deve essere per forza un anormale!! Sarà  una perniciosa e indefinibile forma di invidia verso persone che non potrebbero mai eguagliare, e, caro amico, non so proprio cosa fare.”

E Ulan Bot, con la semplice astuzia del poliziotto:”Incontra per intanto l’americano, io ti raggiungo e ci inventiamo qualcosa…..”.

Uno dei vaporetti solca il lago, farà tappa a Salò, a Limone, raggiungerà Riva del Garda. I due amici si divertono e ridono, hanno fregato i falsi scienziati. Dal battello si vedono i promontori e le vecchie strutture dismesse che appaiono come un gioco di pietre alte,  decadenti e morte dove si innestavano le piante di limoni che portavano rinomata fama al territorio. “Questi potrebbero essere posti dove fermarsi-dice Giovinnacchi- ma forse persone come noi un posto non lo troveranno mai.E sei stato geniale, un poliziotto che mi raggiunge per portarmi a Milano dove mi attende con urgenza un magistrato che vuole una mia consulenza”. E invece resteranno qualche giorno a parlare,da qualche parte, ma in un albergo che abbia almeno un balcone che si affaccia sul lago. Avevano detto di incontrarsi a Milano una settimana  dopo e invece sono insieme una settimana prima per allontanarsi dai veri pazzi che vedono la malattia mentale nella letteratura. Il commissario si alza molto presto, ama passeggiare ai bordi del lago e  ascoltare il canto della natura che si risveglia. Giovinnacchi lo guarda da lontano, da una delle finestre più alte di un castello trasformato in residence e si chiede su quest’uomo che custodisce dentro la sua anima e le sue carni il conflitto tra la vita e la morte quando il suo stesso organismo lo attacca, quando la sua anima distrugge la minaccia.

Al suo ritorno vuole un dialogo di domande e di risposte ma sono domande che si è già fatto, sono risposte che si è già dato. A Milano, nel passeggiare per le gallerie, aveva visto in una vetrina libraria uno dei libri di Giovinnacchi che non aveva ancora letto e allora, nel cibarsi di nuove pagine, erano volate via le domande come le risposte,  tutto spazzato via, così, con l’impressione di un istante che ti dice che non basteranno mai le domande, non basteranno mai le risposte. In un poema indiano è scritto:”Se cerchi una risposta con una domanda, troverai solo altre domande e poi all’infinito saranno solo domande,domande”.

Ulan Bot con serenità si rivolge a Giovinnacchi:”A volte ho l’impressione che mi guardi con una certa apprensione, ma la translazione delle malattie devastanti non è una stronzata, è tutto vero, reale, succede e succederà!”.

“Parli del trasferimento delle malattie da un organismo ad un altro?”.

Ulan Bot porta il caso dello scrittore con il cane che alla stazione di Mezzana avrebbe assistito al suicidio di Haider Sogg. Ci sono due merdacce, così chiamate da una donna incinta fatta scendere dal treno dal bigliettaio che poi sarebbe uno dei due della coppia della cacca.

Giovinnacchi:”Aspetta un momento, come hai avuto questa informazione?”

“Ho voluto conoscere di persona quest’uomo che in verità non poteva assistere al suicidio perché quasi completamente cieco  a causa di un diabete avanzato e con delle metastasi allo stadio terminale. Siamo stati insieme ad aspettare il treno due volte e in due giornate diverse. Volevo chiedergli cosa ha visto ma ho capito che era inutile ma questi nostri incontri mi hanno portato la prova che la vera realtà si nasconde in quello che consideriamo assurdo.”

“Cosa è successo?”.

“La coppia della cacca, un macchinista e un controllore, del treno che da Mezzana porta a Trento, ha agito come lui aveva previsto. Eravamo a Daolasa

la prima volta, una fermata che accoglie i turisti che vanno a sciare, e poi a Piano, un vero nido di montagna. Lui sosteneva che gli eventi che sarebbero successi avrebbero innescato il processo del trasferimento delle  sue malattie alla coppia della cacca e in un tempo che doveva essere giusto o, passato il quale, ci sarebbero state più vittime tra  la genia di questi due servi ferroviari”.

“Quali eventi Ulan?”.

“Il treno per due volte, e nelle due stazioni diverse, non si è fermato, lasciandoci al sano vento delle montagne. Poi, ma io non c’ero, c’è stato l’evento più sgradevole. Il controllore grida allo scrittore, dice che il suo  cane puzza e che devono scendere dal treno perché lui farebbe scendere anche le persone se puzzano o si cacano addosso. Lo scrittore gli chiede di identificarsi e lui dice di chiamarsi come il politico che guida la provincia di Trento. Un idiota che cerca di apparire forte con le allusioni e le alzate di voce”.

“C’è una conclusione in questa storia Ulan?”.

“Eccome se c’è! Ho rivisto quest’uomo, sono andato a trovarlo in ospedale dove avevano quasi terminato l’indagine clinica su di lui e ora è completamento guarito da tutto! E’ cominciato il trasferimento delle malattie! Ora sarà l’idiota e servo della ferrovia a doversi guardare dal cacarsi addosso.”

Giovinnacchi non sapeva cosa dire, non riusciva a commentare ma sentiva che c’era una sottile linea di confine che abbracciava insieme le terrificanti vicende di Londra con il racconto del poliziotto.

Aveva concluso la stesura del libro “Il potere della mente” a cui aveva dedicato una fatica immensa viaggiando da una parte all’altra, nelle zone meno conosciute del mondo per studiare le antiche civiltà e scommettere sulla fortuna di potere entrare in contatto con comunità primitive, quelle poche ancora non contaminate. Dalle Ande agli aborigeni d’Australia, dagli indigeni dell’Amazzonia agli indiani d’America, dalle foreste dell’Africa nera ai deserti delle tribù nomadi,

dalle isole del pacifico ai ghiacci dell’artico. Il suo era stato un giro del mondo in quaranta giorni che aveva preparato con cura, nel dettaglio dopo uno studio che era stata una analisi perfino asfissiante sui testi più antichi, egizi, persiani, babilonesi, sugli scritti più eversivi e censurati dalle società moderne e sulle leggende mistiche tramandate con la parola da uomini che non conoscevano ancora la scrittura. E tutto questo per concludere su cosa può realmente fare il pensiero, quante azioni può innescare, quanto male può produrre. Ora Ulan Bot, come il ragazzo di via Panisperna, si era inserito con questa cosa nuova,  la translazione, che gli appariva come il rischio concreto di trasformare  il suo lavoro in un dettato, non avendola questa cosa nuova considerata. Confondere, destrutturare, rimettere  tutto in gioco, a questo Ulan Bot riusciva come a nessun altro. Però, a differenza del commissario, lui poteva risolvere uno dei pochi enigmi rimasti, con la sua conoscenza che gli era stata consegnata, tutta intera, dalla fine del viaggio.

Ulan Bot freme, vuole risposte,risposte,risposte, come un goloso che non vede l’ora di tuffarsi dentro la crema del bignè mandando al diavolo il poema indiano:”Io l’ho letto il tuo libro a Milano e ho capito che cosa voleva realmente fare Haider Sogg, fare del suo pensiero l’azione chiamandola maledizione. Vero? Non mi sbaglio?”.

“In parte ti sbagli. Intanto perché in questo caso non ci troviamo di fronte a una maledizione ma ad una azione del pensiero che vuole determinare un evento. Lui era entrato in una condizione di illuminazione, tappa obbligata per tradurre il pensiero in azione ma forse l’uso di droghe o lo stato allucinogeno o l’assunzione di sostanze a noi sconosciute lo ha portato ad agire e a scrivere nella forma che noi conosciamo. Tuttavia…..”.

“Tuttavia?”.

“Ha sparato con una pistola a salve, è stato un fuoco di paglia come se lanciasse un pugno di sabbia e per due ragioni e una delle ragioni fondamentale”.

“Allora non riconosci il potere del pensiero?”.

“Al contrario Ulan, ne ho anzi la prova ma vedi, io non so come e non riesco a capire nemmeno il perché, ma Haider Sogg amava quella donna, l’ha amata fino alla fine, si capisce da alcuni passaggi dei suoi scritti dove si celava una forma e un cuore che ci ha disorientato. E quando si ama il pensiero del cannone diventa un fiore, la polvere da sparo esplode come  la leggera caduta della neve e il disarmo, in questo caso, è stato anche grottesco per il finale che c’è stato. Del resto…..”.

“Del resto? Cosa Ubaldo?”.

“Ammettiamo di non essere riusciti a carpire dagli scritti di Sogg la vera natura del suo amore, ammettiamo quindi di non riuscire a dare nessuna certezza alla validità di questo amore ma è indubbio che, a parte il nostro pensiero che può essere arbitrario, se non ci fosse stato vero amore le forze del bene e del male non lo avrebbero identificato per entrare in conflitto tra di loro”.

“Già Ubaldo..E’ vero…E, per la nostra conoscenza, noi a queste forze ci crediamo”.

“Già….Appunto…E….”.

“E?…Tu parli di due ragioni, hai esposto quella fondamentale…E l’altra?”.

“Si…l’altra, bè….questo è più difficile da spiegare”.

Teresa Goberno considerava Sandro Keller un povero idiota e dunque portatore di quella idiozia necessaria per essere usata e messa in campo per i suoi scopi, per i suoi giochi. Si penserebbe quindi ad una forza scatenata dal male se questo non fosse smentito dall’analisi dei due samurai che credono invece all’opposto. Quanto tempo ci metterebbe una persona a capire la reale manipolazione di una donna ambivalente che traduce la sua presenza nel profumo di una droga purissima e poi lavora per trasformare questo profumo in un odore nauseabondo? Molto tempo, naturalmente. Questo tipo di relazione, trattata e documentata da pseudo ricerche di altrettanti pseudo psicologhi e psichiatri, viene comunemente chiamata dei “vampiri dell’amore”. In quanto pseudi non possono credere ad una realtà parallela che si presenta per salvare il vampirizzato dal vampiro. Loro pensano di essere i soli guaritori del male con le loro sciocchezze che fanno ancora più danni, con le loro astruse teorie arzigogolate che  rimbecilliscono ancora di più il dissanguato che viene ancora da loro, un’altra volta, manipolato, per essere questa volta a loro sottomesso, accerchiato,scopato, nel passaggio diplomatico del testimone, da vittima a vittima.

E invece la forza del bene si manifesta con scene e agganci inaspettati. Come quella volta in treno quando Sandro Keller presta soccorso ad Haider Sogg.

Keller diventa l’argine del male, fa vedere ad Haider Sogg , ma senza volerlo,la vera faccia della Goberno e consente quindi alla vittima di investire meno tempo e meno dolore.

I tanti lacci della matassa, a poco a poco, si sciolgono. Il puzzle si riempie di tutti i tasselli ma quale sarà l’immagine finale? I samurai escludono la storia amorosa dell’ex capitalista come causa oggettiva della sua morte. C’è la prova!. Sono le dichiarazioni del pentito riportate nella relazione della polizia  federale tedesca e che Ulan Bot, come un ladro poliziotto, ha rubato con la fotocamera del suo cellulare negli uffici della Questura. Haider compie il suo ultimo tentativo di depistaggio avendo col depistaggio costruito la sua fortuna e realizzato la sua tragedia. E’ un depistaggio il suo gridare sul ponte prima di buttarsi:”Me lo ha detto la morte nel sogno!”. In verità nel suo organismo è già attivo il potente veleno tribale, il Goringia, e sa già di avere la morte davanti ma vuole essere per l’ultima volta attore protagonista della scena, ritagliarsi il suo spazio nel teatro, programmare e attuare la sua recita, decidere quando calare il sipario. Pensa,ancora caricato di amore, che gli spettatori crederanno alla sua vendetta, incosciente lui nel non sapere  che la sua vendetta è stata già disattivata dal suo cuore.

La sola testimonianza dello strano suicidio verbalizzata e messa agli atti è quella del vigilante notturno. Il magistrato che chiama a deporre lo scrittore quasi cieco per il diabete, di fronte alla sua condizione, lo conceda.

Teresa Goberno è carica di energia nucleare, come una pila impazzita vorrebbe continuare a leggere e leggere e leggere quel diario rosso di Haider, vorrebbe tuffarsi tra quelle pagine per sentirsi ancora la prima donna del poema e convincersi che è stata la sua forza a muovere la penna. Non resiste al bisogno di sapere come conclude l’opera Haider Sogg e quale è stato il passaggio vero che gli ha dato la prova del suo contatto nascosto con Sandro Keller. Si domanda:”Si..di intuizione ne aveva tanta…ma la prova oggettiva non l’ha mai avuta”. Ma l’opera Haider l’aveva già scritta, siglata nel suo libro la bellezza e questa domanda fa capire che lei quel testo  non lo comprenderà mai, ne si renderà conto di essere stata la prova vivente del dirompente significato e significante della malattia mentale che non esiste, che è solo un sintomo di una condizione che si plasma, che si evolve, che si perde, che ritorna o che sparisce richiamata da altre forme. In sintesi la condizione dell’incontro tra il bene e il male, tra due persone, tra due vicende confuse con altre storie precedenti, da legami che possono anche riagganciarsi incredibilmente anche alla genetica del sangue. Cosa tutta diversa dalla posizione decantata dagli organicisti che pubblicizzano un gene della follia ma non riuscendo a dimostrare la sua esistenza. Alla follia che non esiste potrebbe essere dato un corpo, una forma da leggere. Ma sarebbe troppo eversivo tradurre nella storia di ognuno, la storia del mondo. E’ la storia della bellezza da distruggere, della condizione sociale da non raccontare, del vissuto di ciascuno, di donne e uomini che negano di essere state vittime ponendosi con le vittime in un rapporto da carnefici oscurando la verità e avendo paura della vera verità. E’ la storia di un nonno che è stato puttaniere, di un trisavolo rivoluzionario, di padri ribelli, parenti irriverenti,antenati che litigavano con il potere dell’istruzione e delle lettere. E’ la storia di un bambino, di una bambina, è la storia di quelle scene, tante scene che poi vengono incollate alle scene nuove e parte la trottola che non si ferma. Non si vuole ammettere come tutto questo costruisce e poi compone l’anima con il gene del passato che è ricordo trasmesso e con l’istante nuovo, vissuto con la persona di prima, che ti costringe all’analisi sull’istante del dopo quando ci sono altri nella propria vita. Ciò che sorprende con la lettura del libro “La Bellezza” è la straordinaria semplicità del messaggio:” Gli uomini possono fare qualunque cosa e se ne dovranno sempre assumere i meriti o le conseguenze ma nessuno potrà mai pensare che esiste la follia se le azioni saranno state raccontate con la vera verità”. E dunque tutto potrà essere accettato, elaborato,combattuto o condannato ma solo con la luce estesa e completa e senza il disagio che confonde quando si vedono anche le ombre. L’editore americano era rimasto stravolto dai contenuti degli scritti di Ubaldo Giovinnacchi che si preparava a pubblicare e i suoi collaboratori editoriali lo avevano messo in guardia dai rischi che ci sarebbero stati e dalle reazioni che sarebbero arrivate dai settori più conservatori della società americana. Un suo editor lo avverte:”Ci verranno addosso con i carri armati!”. I maggiori vertici della casa editrice, tutto lo staff, i responsabili dei rapporti con la stampa e quelli del settore della diffusione commerciale, il comitato scientifico e gli studiosi incaricati di tenere i collegamenti con le università, tutti appunto avevano espresso entusiasmo e parere favorevole verso l’operazione e ora l’editore non capiva da cosa nascesse questa improvvisa inquietudine. Aveva riunito gli editor, aveva chiesto loro di confrontarsi con lui in un incontro riservato affinché spiegassero questo cambio di posizione dopo che, tra altro, un gruppo di ricercatori indipendenti legati ai più prestigiosi college degli Stati Uniti aveva garantito l’appoggio agli studi di Giovinnacchi ribadendo anche la necessità che le tesi fossero sperimentate ricordando, appuntavano i ricercatori, che senza gli Stati Uniti, non esisterebbero oggi delle facoltà dove la parapsicologia è ammessa come scienza, disciplina e corso di laurea. E dunque la scienza, tutta la scienza, per considerarsi tale doveva totalmente aprirsi verso l’ignoto e l’inconoscibile senza barriere mentali, senza pregiudizi e sempre con quel profilo critico che riteneva raggiunta la prova certa solo  quando tutte le osservazioni si congiungevano e coincidevano nel risultato positivo. Erano già operative, ricordavano ancora i ricercatori, i programmi dell’Ente Spaziale Americano per la ricerca aliena e per la comunicazione con la supposta realtà ex straterrestre a cui il governo aveva garantito investimenti stratosferici. Un programma di ricerca che mirava indiscutibilmente verso l’ignoto e allora perché si sarebbe dovuta sabotare l’idea nuova di un intellettuale italiano?. La risposta c’era, la risposta nasceva dal risultato di un incontro tra Giovinnacchi e Jader Ghebblet, l’editore berlinese che si era offerto di pubblicare il libro di Haider Sogg. L’ex psichiatra vuole incontrarlo per chiedergli la cessione dei diritti d’autore,ancora in suo possesso, dopo la firma del contratto da parte di Haider e nonostante il testo non fosse mai andato in stampa. Il confronto è teso, i due uomini sono carica di adrenalina e una forte tensione è palpabile nella stanza che li accoglie.

Giovinnacchi:”Non voglio farle perdere tempo, le parlo quindi con franchezza e rapidità. E’ mia intenzione pubblicare, come appendice alla mia collana, il libro “La Bellezza”. Haider non aveva parenti e non ha lasciato nulla di scritto, nessuna disposizione e…..”.

Ghebblet:” Lei sa che io non ho più nemmeno una pagina di quel libro? Sa che dei criminali hanno devastato i miei uffici, le tipografie e hanno fatto sparire tutto?E sono stati anche goliardici. Avevano inserito nei nostri computer un file di un inutile trattato di medicina e quando siamo andati in stampa si saranno sicuramente fatti una risata. Un lavoro veramente professionale!Hanno guardato e trovato quello che volevano con precisione chirurgica. Il cartaceo, le copie, le bozze e le fotocopie, i file e il libro archiviato al computer. Tutto sparito. A me è rimasto solo il contratto”.

“Conosco ogni cosa e anche per questo volevo incontrarla. Haider ha pubblicato a suo spese il libro, ne ho qui una copia..”.

“Davvero?”.

“Non ho ancora deciso cosa chiedere al mio editore…….la stampa completa sulla mia collana o una sintesi di stampa con alcuni capitoli in appendice ai mie lavori. Ad ogni modo, avrò comunque bisogno che lei mi ceda i diritti e possiamo comodamente metterci d’accordo”.

SECONDA PARTE

IL SEGRETO DI GIOVINNACCHI, IL CODICE BINARIO, IL MESSAGGIO ALIENO

I nomi del giornalista e dello scrittore non si conoscono ancora ma chi erano davvero questi quattro grandi guerrieri medievali? Questi samurai? Come si diventava rocce impenetrabili, strutture viventi di forza che sceglievano e decidevano sempre e vincenti nella scelta, anche dopo, ancora sempre, se si consumava l’attacco per la loro morte poiché, anche l’istante di morte, decretato da altri, era voluto dalle forze superiori che utilizzavano il boia, lo usavano, rendendolo solo uno strumento di una azione che si pensava dei vivi ma che era invece decisa dalla Potenza che ascriveva il gruppo in un preciso percorso e in un progetto perfetto di un potere assoluto in vita e in morte, di un assoluto potere che li accompagnava nelle azioni della vita o nell’attesa della morte che i guerrieri aspettavano conoscendo l’esatto momento del trapasso.

Invincibili e indistruttibili i quattro samurai erano tutti dentro una storia molto difficile da rappresentare e da raccontare. Al giornalista gli amici avevano dato il nome di battaglia “Garibaldi” perché ritenevano di non dover pronunciare il suo vero nome che portava dentro l’applicazione di una preziosa maledizione e dunque era più logico risparmiare e non sprecare l’enunciazione che doveva invece camuffarsi con l’ingiuria di guerra. Una maledizione per tutta la durata di un intero secolo a danno di individui e famiglie che avrebbero voluto annientare il padre di Garibaldi, a danno di tutte le discendenze se il maleficio non si fosse compiuto nel giusto tempo, ovvero se gli individui e le famiglie non avessero pagato il prezzo prima di scomparire tra i buchi neri disegnati dalla morte.

Tutto vero ma anche difficile da articolare e raccontare nel suo reale significato.

Eppure, dal ritorno di un suo viaggio, Garibaldi ha con se la prova di un contatto alieno che, riagganciandolo ad un contatto del passato, gli consegna gli strumenti di analisi del maleficio. L’astronave luminosa compare  questa volta in Spagna.  Era stato Ubaldo Giovinnacchi a chiedergli di attraversare una zona montuosa della Galizia alla ricerca degli uomini lupo, prime entità ancestrali e primordiali del potere alieno. Poi Giovinnacchi, avendo ricevuto da Garibaldi l’informazione su di un vero risultato, capisce che il suo amico ora dovrà allontanarsi velocemente.

Da lontano e con i cellulari, hanno una comunicazione concitata:

Garibaldi:” Qui in Galizia la gente è ancora legata a tante superstizioni e strane credenze e poi non danno valore e importanza al davvero importante…e….”.

Giovinnacchi:” Dimmi…..li hai visti? Hai avuto un contatto? Hanno mostrato i segnali che ti ho detto?”.

“Si, gli uomini lupo esistono, ne ho incontrati tre e i segnali da te descritti ci sono stati, ma sembravano delle persone assolutamente normali, niente artigli, niente espressioni diavolesche”.

Giovinnacchi, in uno stato di tensione domanda:”Non abbiamo molto tempo, dimmi velocemente che cosa è successo dopo, quando ti sei allontanato….”.

Garibaldi con tono scherzoso:”Ho cercato una osteria dove poter mangiare una frittata spagnola e bere un bicchiere di vino e poi sono sceso dalle montagne per tornare verso l’oceano…grandioso l’oceano!”.

L’amico, sempre più preoccupato:”Non perdere tempo, rispondi! Dimmi se questi tre contatti ci sono stati nello stesso giorno….”.

Allora Garibaldi:”Non capisco questa tua agitazione, sei davvero un tipo curioso….ho fatto quello che abbiamo concordato…e…si, lo stesso giorno.”

Giovinnacchi:”Non avresti dovuto incontrarli tutti nello stesso giorno. Questo è un messaggio per te…capisci? Per te!”.

Garibaldi racconta il suo viaggio di notte in Spagna, omette però di parlare dell’astronave luminosa che lo accompagna in quanto segnale, messaggio e presagio di una storia legata al padre e tutta interna alla sua vita e slegata dagli incontri tra le montagne di Ancares e Cebreiro. Riferisce scene molto strane vissute dopo il contatto con gli uomini lupo quando, prima di riprendere il viaggio di ritorno, fa sosta al Finisterre ammirando il grande e tenebroso oceano.

Dentro il recinto di un convento che guarda verso il mare diversi uomini camminano come inebetiti e con lo sguardo fisso e la parola lenta pronunciano frasi incomprensibili.

Giovinnacchi:”Quale è stata la tua impressione?”.

Garibaldi:”Apparivano come dentro un trucco da cui volevano uscire ma senza riuscirci. Il trucco dell’amore, il trucco della vita, una manipolazione della realtà”.

Giovinnacchi:” E poi?”.

Garibaldi:” Si avvicinavano come a chiedermi aiuto, si allontanavano, correvano e, inaspettatamente, come per incanto, sparivano.”

Garibaldi aggiunge che il giorno dopo sul posto si abbatte un violento temporale e che un fulmine distrugge completamente la struttura del convento.

Giovinnacchi:” Questo è un messaggio alieno Garibaldi, un messaggio per te. Non saprei spiegarti la natura della minaccia. Potrebbe essere una donna, potrebbe essere qualunque cosa…..ma…..insomma, ritorna!”.

Garibaldi, con la risata:” Mi sono sempre piaciute le minacce da affrontare e poi distruggere, condizione costante della mia vita”.

L’amico insiste:” Ma adesso abbiamo cose più importanti da fare, non perdere tempo……”.

Il ritorno avrebbe significato non poter rispondere alla domanda. Lo  sapeva Garibaldi, ma sapeva che poi la domanda non era così importante.

La risposta forse stava in una donna completamente alienata, completamente squilibrata. Alta, con l’aspetto di un transessuale, vagamente somigliante al personaggio di un fumetto chiamata Olivia, la moglie di braccio di ferro. Era legata ad una famiglia di uomini calvi che ridevano, anche le donne della famiglia, non calve ma con i corpi destrutturati,ridevano. E a lei piacevano gli uomini calvi che abilmente catturava e poi abbandonava con l’aiuto di altri uomini calvi. Mentalisticamente sadica,  gradiva chiudersi dentro una stanza con un uomo calvo lasciando dietro la porta l’uomo che aveva catturato e a cui diceva di amare. Anche lui calvo, presto sarebbe stato abbandonato, portato in macchina lontano, una macchina guidata dall’uomo calvo con cui si era appartata. Senza capacità di analisi, senza cultura, amante di una archeologia che citava sempre la morte ma che non sapeva distinguere se le mummie in vita erano state calve, avrà certamente questa Olivia saputo sviluppare arti divinatorie e di manipolazione se tanto danno ha fatto agli uomini calvi.  Garibaldi l’aveva incontrata a ridosso di una spiaggia e si muoveva con un andatura talmente stupida che nemmeno un cervello nucleare avrebbe potuto immaginarla portatrice di gravi pericoli e con poteri devastanti. E allora?

Come spiegare il tanto interesse del potere alieno che voleva riportare il samurai tra i suoi samurai. Doveva certamente esserci un vera minaccia e tutta diversa.

Olivia, con la parvenza di donna e completamente cretina, poteva essere forse un preambolo che l’oceano avvicinava a Garibaldi nascondendo però ancora la storia, il suo riassunto, tutte le pagine. E lui, Garibaldi, si ricordava degli sguardi che gli uomini inebetiti del convento fissavano verso l’oceano come se tra quelle acque misteriose, oscure e prepotenti si muovesse un vortice che era poi la visione esatta del trucco d’amore annegato nella verità e comunicato con violenza per essere recepito con dolore e tristezza. Nei suoi giorni in Galizia, a Santiago de Compostela, a La Coruna, Garibaldi viene sovente avvicinato da uomini e donne che gli chiedono qualcosa da mangiare, non soldi, anche un semplice pezzo di pane e, prima di accettarlo e allontanarsi, lo guardano come se da loro fosse conosciuto, come se avessero già visto l’azione di chiedere e di ricevere che si realizzava quando lui era da solo in quanto altri, se fossero stati con lui, avrebbero fatto dei passi indietro. Niente di mistico o cristianeggiante. A Garibaldi anche una scena come questa appariva nel significato alieno.

Giovinnacchi non lo sente da due giorni e lo richiama:”Allora?”.

Garibaldi:”Stavo per prendere un aereo ma mi ha cercato Altiero, forse ci siamo…Il segnale che intendi non era di minaccia…Sono a Benasque, nei Pirinei”.

Altiero, un compagno anarchico, era stato un importante collaboratore di Garibaldi per la ricerca e la stesura di delicate indagini sull’esodo delle forze antifranchiste e dei combattenti antifascisti dopo la vittoria di Franco in Spagna e aveva contribuito in maniera determinante a una investigazione che portava alla luce nuove informazioni sulle esecuzioni sommarie  e sulle fosse comuni dove erano stati seppelliti i guerriglieri italiani in Galizia e Andalusia.

Lavorava come guida turistica al Parco Naturale Posets-Maladeta, una favola della natura sulla catena pirenaica e ad un tiro di schioppo dalla Francia.

Con lui Garibaldi aveva concordato una nuova inchiesta sulla fuga degli antifascisti che riparavano in terra francese utilizzando proprio il passaggio dove Altiero lavorava e che conosceva bene e che il regime aveva fatto serrare dopo la guerra. Sapeva Altiero dell’arrivo di Garibaldi in Galizia e di quello che stava cercando, era stato informato e aveva reagito senza dubbi e nemmeno timore.

Sulla Maladeta, una montagna temibile e segnata da leggende terribili un rocciatore perde i sensi per la mancanza di ossigeno e si sfracella all’altezza di un dirupo, riesce a lanciare una richiesta di soccorso e sviene. I localizzatori satellitari individuano il punto della caduta e il solo ad essere molto vicino al rocciatore è proprio Altiero che a poco meno di cinquecento metri guida un gruppo di escursionisti. Lui si precipita e con una corda di montagna si cala sullo strapiombo, vede il corpo e gli si avvicina velocemente. L’uomo riprende conoscenza, guarda Altiero con gli occhi sbarrati, cerca a fatica di muovere un braccio per afferrare il soccorritore.

Altiero:”Stai calmo, calmo, va tutto bene…..ci sono io adesso…..”.

Il rocciatore con gli occhi sbarrati e la parola lenta e senza quasi più fiato:”Noooo…non….ho tempoooo…tu devi sapere…..”.

Altiero:”Cosa devo sapere?”.

L’uomo cerca in tutti i modi con i gesti e con gli sguardi di indicare un taschino della sua casacca:”Prendi…..lettera…mia lettera..è tua adesso…e grazie, grazie…io…io….io….sono…….lupo….io…..io  sono uomo lupo….”.

Resterà in coma e totalmente incosciente, dopo quella strana parola, all’ospedale di Huesca dove era stato elitrasportato. Due giorni dopo muore. Il personale sanitario racconterà che, nel momento del trapasso, strane luci e percezioni si diramavano per tutte le stanze e i corridoi e nella notte che era stata quella del decesso sorvolavano in cielo colori intermittenti tra l’arancione e il rosso acceso.

La lettera era composta da due facciate di carta abilmente sigillate dalla plastica ma era tutto logorato lo stesso e si capiva così che  era stata scritta da molto tempo ma l’ingegno della messa in sicurezza aveva garantito che il testo restasse leggibile. Quell’uomo la portava sempre con se, ovunque e quando andava a dormire la infilava nel taschino del pigiama. Una scelta insolita come se aspettasse ad ogni momento la morte e preoccupato che quel messaggio non fosse letto da nessuno e invece doveva essere trovato, il testamento andava conosciuto:” Ho sempre vissuto a Benasque, qui sono cresciuto,tra queste montagne sono stato felice e disperato, ho voluto amare e ho amato, qualche volta sono stato ricambiato ma sentivo che non mi bastava e percepivo che era poco l’amore che mi si dava, io volevo di più, molto di più ma non sapevo esprimermi, non sapevo dire cosa volevo veramente o, forse, temevo di essere capito e per questo rifiutato. Ora, chiunque trovi questa lettera, può considerarsi il suo proprietario legittimo e disporne come crede. Ma è importante, per me importante, che almeno un uomo o una donna di questo mondo, anche o solo una persona sola conosca la mia storia che comincia nell’estate del 2008. A quel tempo lavoravo alla pulizia delle strade e dei sentieri di montagna e lo stare sempre all’aperto mi costringeva a confrontarmi con la realtà degli animali che subivano la violenza e la cattiveria degli uomini. Tanti animali, tante specie diverse. Un cane tenuto alla catena assetato, un cane scheletrico che mi guardava tremante nell’ultima possibilità di chiedere aiuto. Ecco, tante immagini come queste, che si consumavamo  nella ferocia e nello sfruttamento degli esseri viventi. Cani, mucche, cavalli. E io non facevo niente ma tornavo a casa tormentato e l’ignominia, la debolezza, la codardia mi restava addosso come sensazione per tutte le notti. Un giorno decisi di reagire anche se avevo paura di contrastare gli uomini, i carnefici e per questo avviandomi verso i posti, tutti i posti del crimine che volevo raggiungere, io piangevo e mi tremavano le gambe e non sapevo cosa fare veramente. Poi, in un momento, quando ero nel bosco sono svenuto e ho cominciato a sognare, sognavo che una forza mi portava via e io fluttuavo in spazi liberi, mi sentivo leggero e liberato, non sentivo il mio corpo, il mio corpo non c’era, era come se il tutto di me fosse stato sostituito da una forza grandiosa e potente che rinnegava tutto quello che ero stato e mi diceva di essere diventato un guerriero nuovo. Io guardavo i carnefici nei posti dove andavo e questo bastava a decomporre i loro corpi, a fare ammalare le loro carni e gli animali torturati non c’erano, li vedevo invece correre tra gli spazi aperti della grandezza liberi e felici. Ho visto una luce spostarsi velocemente, ho visto un branco di lupi correre in direzione delle montagne più alte. Ho visto una mano,forte, come quella di un vero montanaro, solida e anonima e mi indicava il percorso degli uomini lupo. Mi sono svegliato la mattina presto, avevo freddo, sentivo tanto freddo e il bisogno di tornare a casa. E, da questo momento che comincia la mia vera storia di uomo lupo. Qualche giorno dopo sono tornato nei posti dove volevo affrontare i carnefici ma non vedevo nessun animale, quelli alla catena, quelli sfruttati, quelli tormentati. C’erano solo i loro “padroni” che, guardandomi,si allontanavano impauriti come prede in fuga. E io cominciavo ad ammalarmi, a sviluppare strane malattie, mi sentivo tanto male e non capivo…..non capivo. E’ stata, da quel giorno, e sarà sempre così la mia vita. Il malessere regrediva, scomparivano le malattie devastanti e,quando questo succedeva, io vedevo la realtà più chiara, luminosa, vera. Non avevo più dubbi ma solo certezze sulla vita, sull’amore, sul passato, sul tutto accaduto. Mi rendevo conto di cosa era stato vero e cosa era stato finto. Sugli amici, le donne, le scene, le azioni sincere, quelle manipolate. Era sempre un risultato sconfortante, quasi sconcertante ma mi arricchiva di più forza,coraggio, energia. Con determinazione ritornavo da uomo sano nei posti dei carnefici e rivedevo tante specie di animali che liberi e in branco correvano da una parte all’altra tra le montagne e i boschi senza nessun “padrone” che gli dicesse cosa fare. Io scoppiavo di salute, mi sentivo come una roccia che si muoveva con la leggerezza di una piuma e sempre con l’impressione che forze sconosciute mi parlassero attraversando le mie carni e  portandomi a puntare il mio sguardo sui carnefici. E poi venivo a sapere che quelle stesse malattie da cui il mio corpo si era liberato si attaccavano agli uomini che io avevo puntato con lo sguardo e per loro non c’era questa volta remissione, la mia stessa remissione per loro diventava un esito fatale. La parola che attraversava le mie carni mi diceva che io avrei dovuto e sempre continuare in questa operazione della “translazione” utilizzando talvolta lo sguardo, talvolta il pensiero”. L’arrivo di Garibaldi, nella regione autonoma dell’Aragòn, è atteso da Altiero che ha con se la lettera e non sa cosa fare. Non gli resta che aspettare Garibaldi all’aeroporto di Saragozza per poi ripartire in macchina con destinazione le grandi montagne. Questa volta è spaventato. Non aveva battuto ciglio quando aveva saputo che il suo compagno era diretto verso le montagne galiziane di Ancares alla ricerca degli uomini lupo   ma ora questa strana coincidenza non riesce a digerirla con un uomo morente che gli consegna la prova di un assurdo che Garibaldi, negli stessi giorni e a centinai di chilometri di distanza, stava indagando. I fatti di Spagna arrivano alle orecchie di Ulan Bot che si apprestava a lavorare al suo computer sul documento che aveva registrato come il “giallo della montagna”. Il poliziotto sente la necessità di rimettere ordine su tutti gli indizi, su tutte le tracce e ha per questo bisogno di confrontarsi con Giovinnacchi. Sempre al telefono, i due samurai.

Ulan Bot: “Io credo che dobbiamo cominciare a scremare tutte le informazioni che sono troppo e potrebbero confonderci….e…”.

Giovinnacchi:”Hai detto bene, ci sono molte informazioni che sono secondarie, altre informazioni sono dei veri errori.”

“Dimmi un errore….”.

“Keller e Goberno i principali protagonisti? Niente di più falso, sarebbe una cosa da ridere. Erano solo due nullità che la nullità, come una calamita, ha attratto facendo nascere quel sodalizio che ha sconvolto Haider Sogg portandolo ad una illuminazione, ad un cambiamento della sua sfera personale e alla conseguente scrittura del libro la “Bellezza”. Questo è il testo di riferimento, gli altri scritti, il diario rosso, tutto da scartare”.

Ulan Bot:”Però questi scritti evidenziano ancora delle contraddizioni.”

“Si scioglieranno tutte, vedrai e poi Haider sul diario rosso non aveva scritto tutta la verità”.

La verità importante Haider l’aveva scritta nel suo libro la “Bellezza” e il resto rappresentava solo un contorno di contenuti, talvolta squallidi, che potevano servire a far capire le dinamiche e gli avvenimenti. I samurai si renderanno conto, dopo avere compreso  lo scontro del bene e del male nella storia d’amore,  che è molto più alta la posta in gioco della strana vicenda dove il tutto si riaggancia in una realtà di pezzi che si incastreranno perfettamente. Una realtà che darà al gruppo dei “quattro” ulteriori prove su quello che sanno e su quello che scopriranno.

Sapere, scoprire, indagare,raccontare. E questa era solo una piccola storia tra le tante. Saranno infiniti gli spunti, i libri e i racconti che i quattro grandi samurai consegneranno all’umanità che dovrà sempre ricordare il lungo processo e il lungo percorso dentro cui cade, tra passato, presente e futuro, la formulazione della verità che, come certezza, esplode. La traccia della vicenda di Haider Sogg era semplicemente un aggancio che doveva far partire la narrazione, una narrazione di temi e indizi generali che avrebbero poi sviluppato e spiegato le più importanti e nascoste formulazioni sugli  uomini. E sarebbe andata sempre così, i samurai non si sarebbero mai fermati senza un preciso segnale del potere alieno che li aveva voluti insieme, raccolti perché diventassero un gruppo solo, una sola mano, una sola anima, un solo cuore. E all’interno del cerchio del potere alieno, anche stavolta, molto vi si trovava già raccolto. Le anime dei veri morti, i giusti morti. L’azione implacabile del pensiero. La translazione e gli uomini lupo.

E tutto il resto che dovrà essere spiegato. Con l’amore, con il bene e con il male, con il segreto di Giovinnacchi. Nel messaggio alieno del codice binario.

La casa di Altiero è  bella e stupenda, raccolta a protezione dai boschi, tutta in legno, costruita ai lati di un fiume. In una delle sue stanze ci sono scritti  e immagini del pensiero anarchico che, se non fosse stato tradito, avrebbe reso la Spagna una società migliore. Un letto, una tazza di tè, un pasto caldo anche per Garibaldi. I due amici sanno che le giornate saranno febbrili e il tempo che passa verrà scandito dalla tensione. Su di un tavolo quella lettera avvolta sempre dalla stessa plastica.

Altiero:”Dobbiamo leggerla tutta Garibaldi…….tutta? Vero?”.

Garibaldi:”Certo Altiero………per noi funziona sempre così….L’inconoscibile e l’incomprensibile ci lancia dei sassi perché possiamo insieme scatenare la valanga. I miei compagni adesso in Italia trattano di una storia d’amore. Ma è una cosa piccola, un sassetto e loro gli artefici della valanga”.

Altiero, un po’ adirato:”E questa lettera che cazzo è? Ti sembra un sassetto? E cosa dovrò immaginare che succeda quando arriva la valanga?”.

Garibaldi:” Riprendi la lettura Altiero, da dove abbiamo lasciato”.

L’amico, il compagno  prende in mano la plastica, la scarta, gira il foglio di carta, starebbe per leggere, ma…ha un pensiero, deve fare una domanda:”Senti…….forse mi sentirei meno confuso se mi dicesse che cosa ti hanno detto questi tre uomini lupo in Galizia”.

Garibaldi:”Mi hanno detto la stessa cosa, tutti e tre la stessa cosa”.

Altiero:”Cosa?”

Garibaldi:” Che sarebbe arrivato un messaggio”.

Altiero: “Ah,  è perché hanno scelto me che stavo così bene con le mie certezze e poi quali sarebbero questi elementi per riconoscere gli uomini lupo?”.

Garibaldi:”Un elemento lo trovi nella lettera, le malattie evidenti o latenti che si distaccano e colpiscono con il pensiero o con lo sguardo, gli uomini che ho incontrato avevano tutti una vistosa massa sulla mano destra…..poi sono successe altre cose….”.

Altiero si guarda intorno prima di puntare gli occhi e ricominciare la lettura:” Non ho mai capito chi è stato a cercarmi e a trovarmi quella volta nel bosco quando sono svenuto. Ma quello che io sento è evidente. E’ la forza di una parola che fa vibrare le mie carni e mi dice che la sofferenza degli essere viventi si è dissolta e io su nulla e di nulla mi devo preoccupare. Gli esseri viventi che io ho guardato e continuo  a guardare nel loro dolore ora stanno bene e poi staranno tutti bene. La forza mi dice che io devo continuare in quel che sono ora e alla mia morte mi sarà data la prova con una continua visione di ciò che, adesso, da vivo, non può essere per me una certezza. Ho tante volte pensato alle origini e ai significati di questa forza, ho creduto che potesse attingere dal mondo delle anime e dei giusti morti o ad una inconoscibile dimensione parallela ma, davvero, ancora non lo so, eppure al mio risveglio nel bosco quella luce c’era ancora prima di allontanarsi nel cielo. E la scena mi appariva aliena. E poi…io sento che questa forza oltre a guidarmi e a dirmi cosa fare riesce a diventare il mio pensiero e a muovere la penna….Io sento che è questa forza a scrivere la lettera, questa lettera.”

Garibaldi: “Aspetta Altiero! Fermati in questo passaggio!”.

 

 

 

 

 

 

I GIALLI DELLE MONTAGNE

A PIANO LA MORTE SI SBAGLIA

 

Piano, piccola e suggestiva stazione di montagna. In inverno, se tornasse il grande freddo, qui a Piano sarebbe raro vedere qualcuno aspettare il treno per indicargli con la mano di fermarsi. Raro, se non fosse per Ivan Jasshikof, siberiano che aveva ricevuto il messaggio dai boschi e per questo era stato capace di trasformare gli ultimi anni della sua vita in un formidabile pozzo di conoscenza e verità sconosciuta al mondo. Ma ora la penna si muove con la stessa forza che permetteva a Ivan di scendere dalle montagne, con la stessa forza che lo riportava alle sue altezze inimmaginabili. La penna ora lo citerà semplicemente Ivan o il siberiano e racconterà la sua vita, la sua morte e la sua anima, ci dirà che se tornasse il grande freddo raramente qualcuno a Piano alzerà la mano per fermare il treno perché Ivan ora riposa tra le tenebre e balla con quelle stesse anime che gli avevano raccontato tutto in quegli anni, forse pochi, forse tanti, quando aspettava che il suo corpo si consumasse per tornare nudo alla terra, per lanciare alla terra la sua richiesta di abbandonarsi , per ritornare senza più materia al primo canto delle anime che avevano voluto accoglierlo quando era ancora vivo. Un canto semplice, musicato con semplicità e

che preannunciava l’apoteosi della conoscenza. Un canto sempre con lo stesso ritornello:” La morte si sbaglia….la morte si sbaglia…”. Questa è la sua storia ma è anche la storia della forza della penna che muove il racconto con la vera verità.

E’ la storia di una comunicazione, è la storia di un contatto e dunque è una storia vera, tutta vera appunto, con la vera verità.

Per troppo tempo gli abitanti della Val di Sole si erano sempre domandati sulla figura di questo uomo strano, il siberiano, dall’altezza imponente, il corpo massiccio che faceva cento venti chili di peso ma senza un filo di grasso e le braccia possenti, le mani che parevano sovraumane e il viso tagliente come ritagliato in una maschera veneziana. Lui qualche volta scendeva dai boschi per fare provviste e sceglieva sempre la stazione di Piano per fermare il trenino.

Tutti i controllori lo conoscevano e per quanto fossero tanti i mesi e gli anni

passati a fargli sempre la stessa domanda:” Biglietto per Malè…o…Trento?”, per quanto questo fosse sempre lo stesso passaggio, gli uomini dei biglietti si rivolgevano a lui sempre con una certa soggezione, un timore che raffreddava il sangue sebbene Ivan non avesse mai recato disturbo a nessuno, ne fatto mai del male a nessuno.  La cittadina di Malè era una tappa obbligata per le compere di alimenti essenziali. Trento era più lontana ma Ivan ci arrivava solo raramente e solo dopo aver vissuto tra le montagne l’evento che avrebbe cambiato gli ultimi anni della sua vita. Fare provviste e riportarle nella sua tana, costruita prendendo in prestito uno scavo di roccia, era un impegno che non gli piaceva ma necessario lì, in quel posto, dove avrebbe potuto cibarsi solo di piante o animali. I fratelli, i compagni, gli amori. Come avrebbe potuto? Se era stato il canto, un solo canto, a trascinarlo lì, in quel posto. Un canto primordiale che si sarebbe poi arricchito e perfezionato con la musica essenziale delle tenebre.

Il canto dell’albero e dell’animale, per lui una stessa equazione.

Un impegno fastidioso fare la spesa una volta la settimana perché non avrebbe potuto caricarsi di troppa roba, era già difficile e faticoso risalire le rocce, affrontare i sentieri con il necessario infilato nello zaino con una precisione geometrica  che pareva avesse imparato dagli arabi. Quindi un impegno ineluttabile per la sopravvivenza ma che pure lo costringeva a sottili attenzioni

e a tanto dispiego di tempo. La scelta del tabacco, quella del gas per i fornelli che scaldavano il pasto e l’acqua. E l’attenta analisi sul cibo che non doveva contenere nessun elemento animale e quella sulle piante e i cereali prelevati dagli scaffali. Ivan sempre si diceva alla fine della giornata che nessun essere vivente aveva dato a lui la sofferenza per il latte ne il terrore per la morte della carne ma gli restava sempre un senso di colpa, un dolore che nasceva dalla sua certezza di avere comunque rubato qualcosa alla natura. E, alla fine, si rispondeva, come tutte le volte si rispondeva, che una pianta era comunque morta per lui o finanche un germoglio o un tubero e che per questo avrebbe dovuto cercare il canto dei suoi amori e chiedere ai suoi fratelli e alle sue sorelle dei boschi se meritava ancora e davvero di vivere.

I CANTI GENERALI DELL’AMORE

TI SCENDERA’ UNA LACRIMA

 

Saremo in tutti i boschi

E in tutti i posti

Guarderai….

Con me…

La bellezza

E l’amore

Che tutto avvolge

E sentirai il disgusto

Come quando…

Costretta

Dovrai fiutare

L’odore delle carni..

E dei cadaveri

Lavorati nelle trattorie

Allo stesso modo delle carni

Trattate negli obitori

Manipolate negli ospedali

Tradite dall’umanità

E allora

Dentro la nostra bellezza

Ti verrà a cercare la marmotta

Vedrai libero il capriolo

L’aquila felice…

Ti guiderà…

Tra pietre e sassi

E non ci perderemo

Aiutati dagli esseri viventi

Tutti

Gli esseri viventi

Nostre scintille divine

L’aria

Il canto dell’acqua

Il profumo della terra

Nostra…

Avvolgendo tutti i colori…

Dentro la nostra bellezza

Lancerà richiami

E ti verrà a cercare la marmotta

Vedrai libero il capriolo

L’aquila felice spiccherà il volo

Spinta dal vento

Furioso quel vento

Con il suo ritorno

E con il solo

Ma solo

Ritorno a noi

Dell’odore della vita

E..

All’incrocio di una pietra

All’incrocio di un sasso

Quando insieme

Cercheremo i sentieri del bosco

Una scintilla divina potrà guardarti

Sbucata all’improvviso

E ti scenderà una lacrima….

I CANTI GENERALI DELL’AMORE

L’ 8 MARZO

 

Mia piccola

E fragile

Tenera donna

Con la tua forza

Per qualunque volo

E l’uomo

Da te trascinato….

Nel sofferente vortice dei conflitti

Delle contraddizioni

Perché sei donna…

E non gli permetti di viverti..

Solo

Come se tu fossi un’amante

Così liberato

Vincerebbe la morte

E la follia

Invece..

I tuoi silenzi gli lanciano condanne

Le tue reticenze sono

Tanto più presenti

Tanto quanto il bisogno

Di una liberazione totale

Del pensiero

Della parola

Dell’azione

Per il vostro cuore

Inaspettatamente ferisci

Inaspettatamente colpisci

Con l’articolazione della parola

Che si confonde…

E confonde tutte le scene che hanno portato….

Alla parola

Lasciando senza orizzonti

Niente più luce

Per tornare a cercarti

Per rendere morto l’istante

Non successo

O mostro che più non torna

Inaspettatamente affondi

Tra le tue acque inaccessibili

Anche l’angoscia

Che vorrebbe far rinascere

Un amore ucciso nel tuo momento

L’angoscia annulla

Anche quel lucido bisogno

Di ricomporre tutti i pezzi

E gli uomini

Come bambini

Si perdono…

Tra i tuoi segreti

Tutte le scene

Senza di te

Diventano reali

E tutte dedicate a te

Sono bellissime

Struggenti

Commoventi

Perché sei donna

E loro…

Ti vogliono più lontana

In questo infinito arrendersi

Altri uomini affrontano il tuo volo

E chi si è arreso ti vede

Ti sente

Gridare…

Hanno rubato le tue carni

E poi…

Inaspettati incroci

E il tuo indimenticabile sorriso

Visto

Accanto

Ad un mondo sconosciuto

Accompagnato

Apprezzato

Un sorriso

Che non avrà ritorno

Ma che però da solo dice……dice

E’ giusto dover rischiare

La morte

La disperazione

La follia

Non hanno nessun valore

Niente vale al mondo quanto rischiare il volo

Per vivere un amore

perché sei piccola

perché sei donna

E perché di tutto questo

Puoi farne un boccone solo

E lui

E’  già morto

Senza il tuo amore

Allora a te…

Che la natura ti ha dato la forza

Per qualunque volo

Io dico tutto questo….

Per lanciarti tre soli abbracci….

Che sono i tre gabbiani

Che hanno sempre guardato…

Sempre…

Verso il tuo cielo

Ha bisogno di te

Gli manchi

Ti ama

 

 

IN RETE IL LIBRO “VI RACCONTO GLI ESAMI DI MATURITA’ “

ANNUNCIO IMPORTANTE

Un lungo racconto che comincia dall’ istituto nautico di Pozzallo e che potrà far capire ai ragazzi quali sono i rischi della scuola e i suoi trucchi devastanti. A quei ragazzi almeno che non si sottomettono agli arbitri, alle violenze sulle persone e sul loro pensiero e che pensano che studiare significa anche crescere in libertà.

Un manuale di sopravvivenza per i ragazzi ma anche per i loro genitori che hanno il dovere di conoscere a fondo i formatori dei loro figli per capire se sono in grado di comprendere il singolo e non accettare l’idea che basta capire in toto

solo la classe. E’  questo uno dei veri pericoli per la formazione del branco tra

studenti e insegnanti con un patto di solidarietà e complicità. E’ l’idea del potere come avviene nei partiti, negli apparati, nelle istituzioni e , in ultima analisi, nei regimi che esclude i migliori dalla vita pubblica e lascia nell’emarginazione potenzialità e intelligenze formidabili.  E diventa più ignobile quando sceglie ragazzi che si stanno preparando alla vita, ragazzi distrutti dalla scuola perché diversi, perché migliori. Potenzialità e intelligenze già bloccate sul nascere. Dunque non è tanto importante e non solo puntare l’indice contro docenti che meriterebbero di finire ai lavori forzati per aver scelto un lavoro solo per lo stipendio. Il problema vero è il branco, la connessione, prima prova generale di regime. L’origine del tutto malvagio che rende il professore giudice sacro di sentenze inoppugnabili. Ecco allora. Guardate al cuore dei vostri figli e non date nulla per scontato. Se vi dicono che il vostro ragazzo è apatico e che ai suoi compagni appare un soggetto incomprensibile,  se vi dicono che non arriverà mai ai risultati di tutti gli altri, allora forse, il vostro ragazzo dal regime del branco è stato scelto.

Daniele Ruta

 

 

IL VENTO GELIDO DELLE MONTAGNE CHE PORTA LONTANO IL MALE

I GIALLI DELLA MONTAGNA

 

Esisterebbero due personaggi, conosciuti come pseudo giornalisti, sempre in conflitto tra di loro. Identificati nel loro supposto mondo del lavoro come Ettore Guastallò e Bruno Ruffolino. Entrambi si direbbero vittime di una maledizione che li tormenterà per tutta la loro vita, entrambi in stato di conflitto e invidia tra di loro, si lanciano a vicenda sguardi ricchi di risate. La scena, questa scena dello sguardo e della risata, talvolta per uno, talvolta per l’altro, si aggancia e si registra nei loro stati del pensiero trasformandosi in una continua ossessione che poi trova la sua tana perniciosa nel magma sessuale. In buona sostanza, seppure difficile capire la reale natura del magma sessuale, le due vittime del conflitto da loro stessi generato finiscono per imprimere la scena della risata dell’avversario nel momento supremo, e si direbbe generoso, del coito sessuale. E da questo spaventati perché ancora più ossessionati dalla certezza che la propria generazione venga concepita con una risata.

Le misteriose ombre, la potenza delle anime e il fantastico universo delle dimensioni parallele aveva guidato lo scrittore verso le montagne. Questo fantasmagorico momento lo  coccolava e utilizzava il vento gelido per allontanare da lui il male. Una potenza forse aliena e sconosciuta ma sempre

attenta all’uomo, attenta che nessuno e niente e qualsivoglia circostanza potesse fare entrare il male nella sua vita. La premessa dei due uomini in conflitto era dunque necessaria perché quando il male si avvicinava troppo e con minaccia la roccia protettiva praticava la “translazione” che trasferiva il suo tentativo agli stessi responsabili che il male lo avevano e ci giocavano con l’intento sempre di identificare la vittima a cui affidarlo. Ora c’era una storia, c’erano i protagonisti

principali e quelli secondari e poi un risvolto inquietante. Le risate andate in “translazione” talvolta colpivano il magma sessuale, talvolta lo stesso organismo degli attori del male con sviluppi cancerosi alla faccia o nel resto del corpo e talvolta  costruivano la scena di una tragedia che si sarebbe realizzata.

Come la generazione dei responsabili del male che sarebbe nata da una risata e

dunque destinata ai processi successivi del maleficio. Oppure, semplicemente, la translazione avrebbe garantito una condanna. La potentissima trilogia delle anime, delle misteriose ombre e delle dimensioni parallele conosceva tutto del male e sapeva individuare quelli che lo volevano e quelli a cui si voleva fosse destinato. E il destino toccava sempre alle persone che il male non lo volevano, non lo pensavano e magari cercavano pure di combatterlo. Una storia che appare, raccontandola, solo romanzata. E invece vera, tutta vera. Reale, incredibile. Ma vera tanto che diventa difficile da spiegare. Lo scrittore dunque, se scelto per questo suo mandato, quando il vento gelido nutre le sue carni, deve

per questo compito affrontare il carico complesso di due macigni.

Una notte, tra le montagne, il vento gelido lo accoglie e lo carica di tutta una fatica immensa ma dalla trilogia resa sopportabile che immette nel suo corpo tutte le malattie del mondo che dovranno essere translate e  lo rende narratore di una storia anch’essa destinata alla translazione. Tutte malattie latenti

che danno allo scrittore  forza, vigore e potenza. Tutte malattie destinate alla

translazione e che, nell’istante quando la trilogia vorrà portare lo scrittore con sé, diverranno luce per un poderoso atto di morte serena. Ma l’altra fatica è ancora più difficile da raccontare. Sono due storie, una semplice e l’altra complessa, molto complessa. La prima storia semplice deve costringere lo scrittore a vedere per descrivere il senso del male dato dal falso amore e dalla menzogna per poterlo confrontare con la vera

verità e la purezza dell’amore della luce, del cosmo e delle stelle che potrà sentire

indagando la seconda storia, quella più complessa  e avvincente. Uno scenario aperto, bellissimo, in Trentino, tra la Val di Non e la Val di Sole apre la prima scena con due vecchi decrepiti, un uomo e una donna, che ridono all’arrivo di un

pacco viveri per lo scrittore di cibi avariati e scaduti. L’azione della translazione sarà immediata rendendo ai due vecchietti uno sforzo ancor più vano per cercare di curarsi. Una idea  lucida della trilogia per imporre allo scrittore la voglia dell’indagine sul male che viene sempre rallentata, liquidata dalle idee comuni sulla “massa” o sulla “gente è gentaglia” senza cercare ,mai cercare le tracce che sviluppano il male e il suo piacere del male. La coppia disintegrata sente vicino,molto vicino il peso del dolore, della sofferenza e della morte. Quella risata serve come l’arrivo dell’ossigeno dove non vi è aria, serve per compensare.

Allo stesso modo il sesso legato alla morte che vorrebbe avere il sapore del male.

In uno stato di guerra,anche le popolazioni civili più puritane hanno bisogno di dedicarsi al sesso più sfrenato che appare fantastico contrasto contro lo stato permanente di morte e di senso di morte e tanto attrae gli occhi del male.

O in uno stato vicino alla morte, con donne malate che potrebbero serenamente

lasciarsi sprofondare tra i postriboli.  Una trilogia di persone questa volta segna la prima storia semplice del male. E la sua indagine. Una  finta

animalista, la prima ad identificarsi nel racconto, lancia il peso della falsità e della menzogna.  Ma perché finta animalista e perché cerca la menzogna e gode del

male che la falsità e la menzogna genera? Come un viscido rettile che  a cui piace strofinarsi tra le rocce. Ma perché? Poi c’è un barone della medicina e una psicologa che insieme fanno coppia per una pestifera alleanza che affonda dentro la menzogna del male, quel male che ti costringe a pensare di amare senza amare, o di prestare attenzioni solo per usare. Ma in questo, in tutto questo, non hanno scelto loro di entrarci. Sono solo delle comparse del male, fluttuanti e vagabondi per un gioco che non saprebbero

nemmeno controllare. Il male li vuole, il male li spinge, il male li rende passivi e incapaci di cercare per capire se esiste mai davvero un limite tra il bene e il male. Questa prima storia semplice destinata ad una futura e ancora non prevedibile translazione e tutta preparata, tutta ritagliata dalla potente trilogia  per portare lo scrittore alla vera conoscenza della verità e dell’amore tra le stelle.

La stessa storia dello scrittore, tutta la sua storia, anche la sua infanzia, viene indagata dalla trilogia della potenza per essere riportata, con la translazione, in uno strumento di morte. La forza oscura individua le scene, ogni scena viene lavorata con un suo sviluppo preciso e scelto per colpire il futuro utilizzando il

passato. Quella scena, da ragazzo. C’è una vecchia becera, oggi sicuramente morta, e un bambino handicappato. Il futuro consegna un handicappato che ride.

La scena allora viene congelata e utilizzata dalla translazione in un momento preciso, quando occorre riconnetterla con un’altra scena ancora, sempre del passato. Questa volta è il passaggio del politico Antoccio, un fallito in carica della provincia di Ragusa. E’ lui diventa l’handicappato che ride. Infine avverranno le

conseguenze di questa connessione. Tutti i posti vissuti dallo scrittore sono visitati dalla trilogia della potenza e, da posto a posto, da pietra a sasso, dalla Sicilia alla Normandia, dal mondo lontano al mondo vicino, per ogni istante della sua vita viene registrato un tracciato dalla forma che appare instabile quando serve per la translazione della scena. Ciò che è invece certo e solido è la presenza latente delle malattie. Cellule cancerose vengono spinte in spazi aperti come bollicine che si cristallizzano e poi diventano proiettili alla ricerca del bersaglio.

E’, per ora, indefinibile e sconosciuto il rapporto della trilogia con la presenza aliena. Ma è certo che la translazione di morte data dal lancio dei proiettili non

cesserà con la fine dello scrittore. Il processo cominciato non si arresta, sarà continuo e viaggerà con una precisa logica. Ma quale? E per quanto tempo?

Per intanto, ci sono storie preparate, storie disegnate per lo scrittore che attendono di essere raccontate. Come la storia semplice e quella più complessa.

Ma c’è anche qualcosa di più agghiacciante per quanto riguarda la risata.

Quando uno qualunque muore la forza aliena, come a lanciare un canto, si avvicina alla potenza delle anime e ne trae per questo anche conoscenza

trasferendo poi al vivo che ride la risata del morto e, infine, facendo diventare anche questo un atto di morte, lo attacca ai responsabili che, manipolando, hanno provocato la risata.

La morte, unico e solo evento democratico, non può bastare alle forze sconosciute, sempre alla ricerca di un significato autentico di giustizia dato dalla morte e per questo quindi sempre in stato di confronto con il mistero alieno.

La morte non è e non può essere, come raccontata nel poema comico, un finale che livella tutti. Una forza vuole una risposta dall’altra, vuole sapere il perché della sua esistenza a fronte di uno spaventoso buco nero che risucchia i vivi che sono morti e li risucchia quasi tutti.

Lo scrittore trova la prova dell’esistenza vera dell’inconoscibile potere con le scalate delle rocce, con le passeggiate tra i boschi e con l’inerpicarsi tra le montagne. Ogni passo è una pericolosa trappola. Potrebbe cadere e sfracellarsi, potrebbe restare a gelare di notte disarmato al freddo o perdersi tra i labirinti della natura senza mai più trovare il ritorno alla salvezza. La forza invece rallenta le sue cadute, apre scenari di montagne sicure, lo spinge verso le direzioni del ritorno e lo carica di forza, tanta forza, e sicurezza, sicurezza tanta.

E quando tutto finisce arriva anche il messaggio . Un boato o una luce o la visiva dolcezza di un altipiano. Oppure, semplicemente, una frana dalle montagne, uno scivolare di sassi che il rumore riconverte in un suono che si fa parola:”Noi ci siamo, ci siamo, contro il male e gli attori del male”. Un sasso che ti dice ti “prenderemo e ti porteremo tra i silenzi e le dolcezze e la sconfinata serenità ma solo quando hai concluso la tua opera”.

Concludere l’opera. E su questo lo scrittore porta con sé una verità diversa. Lui crede che l’opera, la sua opera è già conclusa e che l’atto di morte che si aspetta è

il sigillo impresso sulle carte, l’ultimo movimento della penna per la firma. E allora torna tra le montagne scegliendo percorsi e rocce e sassi ancora più difficili e con trappole di morte che nessuna forza potrebbe disinnescare. E la misteriosa forza ancora lo accompagna guidando il corpo che suda e che fatica e,

volendolo ancora intatto e lucido e forte, sempre più forte, impone l’altra verità  dallo scrittore non creduta:”Concludere l’opera!”. Due verità che si confrontano e si oppongono. La verità lanciata dal mistero è certa che la prima fase dell’opera, manipolata e tradita, era solo un processo naturale, un momento necessario perché prendesse corpo l’opera compiuta, quella vera e definitiva. Anche il tradimento e la manipolazione dell’opera primaria era un evento che doveva accadere e che andava appunto nella definizione del corpo letterario principale, quello vero e definitivo, quello caricato dall’importante attesa da parte dell’umanità. In questo senso e con questa ragione in campo i traditori e i manipolatori dovevano entrare nella vita dello scrittore, strisciare come vermi, arrotolarsi a lui come serpenti per individuare l’opera, tradirla e poi, con lo stesso atto, con lo stesso movimento, distruggere il suo autore. La trilogia della potenza ha guidato gli eventi, ha scelto i protagonisti dell’inganno, ha operato perché tutto accadesse facendo credere ai traditori e alle comparse di essere i veri attori della scena, sicuri di avere in mano il gioco, ignari di essere stati destinati e di attendere ora l’orrore della “translazione”. I due manoscritti giovanili,  sigillati dalla trilogia della potenza e dal mistero alieno, furono dalle forze ispirati, guidando e inducendo allo scrittore un lucido e matematico movimento della penna, per formare la prova di partenza, per sapere se l’autore poteva davvero lanciarsi  verso il progetto originale. Saranno questi due manoscritti la vera chiave del giallo della montagna e l’ipotesi per la lettura sul ciclo di vita e di morte dello scrittore con il vento gelido che sposta, da una parte all’altra, le verità che si oppongono e si confrontano.

Ma ora, in questo camminare per posizionarsi sul fronte del vento gelido, in questo titanico sforzo del corpo con le carni che si compromino, esplodono all’interno, implodono per l’esterno e lanciano alle montagne e ai boschi richiami stridenti di trasformazioni con la pelle dirottata all’estensione per la liberazione dalle piaghe e il sangue che diventa cumolo di morte, l’uomo tra le rocce e i sassi avverte un calore tutto diverso dal calore dato dallo sforzo, dalla fatica e dal sudore. Il distacco è doloroso ma necessario per la translazione. Quel fenomeno,il distacco, che annulla la logica, la conoscenza, la scienza e la coscienza oltre che la certezza sulle leggi umane, le regole universali e i criteri della fisica. Da lui si distaccano le cellule metastatiche a carico dell’occhio e della lingua, i carichi diabetici, gli sbalzi delle concentrazioni glicemiche, i trombi venosi, le placche arteriosclerotiche, i cumuli del colesterolo, le masse neoplastiche localizzate ai reni, al fegato, finanche alla prostata, le metastasi al colon e alla milza e la temibile sequenza cellulare del pancreas. Un tutto compresso con un tutto liberato dal corpo che riammette al suo interno altre tragedie. Il potere alieno sintetizza la carica esplosiva dei proiettili calibrandola sulla giusta causa e sulla giusta colpa con malattie minori e malattie peggiori. Una batteria, posizionata, che colpisce senza fare errori ma con giustizia e senza eccessi rispetto al criterio della giusta causa e della giusta colpa, una conoscenza impossibile per lo scrittore. Anche per questo inconoscibile della conoscenza lo si sceglie perché non ha voluto schierarsi ne compromettersi con una banda che avrebbe potuto  fronteggiare la banda opposta. Ed è in questa scelta che cade il senso dell’azione per una vendetta devastante che è in se “pura” e “assoluta”, dunque, naturalmente, anche purificata.

La forza aliena distacca il male, tutto il male, riconsegnando allo scrittore un corpo completamente sano. Una sfera magnetica da lui si allontana avendo assorbito tutte le malattie del mondo, tutto il male in sé, ogni sua traccia che,

invadendo l’anima scatena la sua infermità plasmandosi come una piovra che

localizza le carni da colpire con la malattia. Ora, prima di una nuova vendetta, restano i bersagli e i territori da individuare, l’esercito dei vinti da

distruggere, definitivamente.

Talvolta lo scrittore trovava rifugio dentro il cuore di una donna solitaria che viveva in un maso delle montagne sconosciuto alle civiltà. Raggiungeva il posto con gli stessi rischi che affrontava per capire il mistero alieno, le dimensioni parallele e il potere dei morti, i morti giusti, non tutti i morti, ma solo quelli che avevano  combattuto e vissuto liberi e ora, come spiriti, fluttuavano con questa loro storia tra le tenebre. Non lo sapeva, ma in quel maso non c’era solo la donna ad aspettarlo . I morti avrebbero atteso l’andare degli eventi, il compiersi degli amori, avrebbero guardato il riposo dell’uomo, il suo ondeggiare tra le tenerezze femminili, il lasciarsi andare con la richiesta di una fusione delle carni. Sapevano i morti, che tutto questo sarebbe bastato per svuotarlo dai pensieri e, stanco, privato di sensazioni, incapace di avvertire la presenza dei morti durante tutta una notte che scatenava un sonno profondo e abbondante, l’uomo a loro, serenamente, si sarebbe consegnato perchè i giusti morti non devono spaventare, non possono mai spaventare con i loro segnali incomprensibili e dunque terrificanti per i vivi. I giusti morti, per comunicare, producono semplicemente sensazioni ai vivi, innescano in loro sfumature di pensieri  e cosi’,

senza paura, si realizza il contatto. Ma questa non era la storia di quella notte, non era questo l’evento che la notte si aspettava. La morte giusta dei giusti morti avrebbe dovuto indagare i risultati del potere alieno a beneficio dell’organismo dello scrittore, condizione necessaria per la successiva translazione.  In quel maso, in un angolo molto polveroso, una prova certa della pigrizia e della disillusione della donna solitaria, erano stati lasciati per troppo tempo dei nastri sonori e un vecchio libretto universitario della facoltà di legge dell’università di Catania, un documento logorato, quasi distrutto dagli eventi. I fantasmi ora, avvolgendosi al sonno dell’uomo, ne indagavano tutta la  sua struttura organica e cellulare e da lui prelevavano tutti i suoi liquidi organici. Sangue, saliva,urina,sperma. Lo riscaldavano con il fiato delle profonde oscurità, lo facevano volteggiare, come navigare nudo, da una parte all’altra di quello spazio circoscritto che poi avrebbe dovuto portarlo in quel punto esatto che era il posto provvisorio ma pure permanente e con il gioco itinerante dove avrebbe, senza saperlo, incontrato il padre. La certezza dai giusti morti era stata rilevata. L’organismo era tornato ad essere come quello puro di un bambino appena nato.Tutto si era estinto, persino le cariche velenose assorbite lungo tutto il percorso della vita. Concentrazioni pazzesche di nicotina si erano dissolte e i metalli pesanti, le diossine, le polveri sottili e le tante “schifezze” non identificate

formavano, con l’estinzione, la polvere da sparo da caricare ai proiettili puntati a bersaglio dalla translazione.  Con l’arrivo del corpo del figlio nudo,  anche il posto polveroso, il punto di contatto col padre improvvisamente si era dissolto. I nastri magnetici, col fluttuare con l’aria, si polverizzavano. Le carte logorate vaporizzavano. Ma la storia registrata, la storia dichiarata era attaccata alla roccia con la stessa potenza che metterebbe in campo una quercia nell’affondare le sue radici. I comizi dell’avvocato, la sua voce registrata,in quel tempo, in Sicilia, era stata accolta dal vento gelido delle montagne come parte di una memoria di entusiasmi, speranze e ricchezze esenti dal male, con un “niente” da allontanare e dunque una voce sarebbe potuto tornare o confondersi con il richiamo dei lupi, lo strepitio dei boschi, il lamento delle foreste, il suono delle pietre che dalle montagne cadevano per lanciare messaggi. La donna del maso salutava quell’uomo, l’uomo della sua notte, con sentimenti tutti distinti e a volte persino contrapposti. Un grande orgoglio per averlo avuto, un odio per il distacco, la tenerezza nel guardarlo allontanarsi, la tristezza per saperlo ora troppo lontano dalla sua casa e la rabbia per non averlo capito. Ma quell’amore non era nato dai sentimenti umani troppo simili o da idee in gran parte  accomodanti. Era stato invece un amore insolito, cementato da una colla rara, molto efficace, praticamente quasi introvabile che incollava insieme un disprezzo quasi universale per l’umanità, l’amore vero e incondizionato per tutte quelle creature che di umano non avevano niente e il bisogno della giustizia contro ogni tipo di violenza. Una miscela che diceva che si poteva amare ancora e che si doveva continuare a cercare l’amore ma solo se lo si vedeva tra l’umanità dei giusti, quei giusti che avrebbero poi popolato le notti dei giusti morti. Gli spiriti allora, sempre in comunicazione con il potere alieno delle stelle, avevano guidato un’altra volta lo scrittore nella sua discesa e in una nuova e più pericolosa risalita delle montagne perché si trovasse tra i boschi e di notte a comprendere con il sentire il vero significato delle sue malattie e  a raccogliere gli strumenti di quella conoscenza che gli avrebbe permesso di raccontare la storia semplice e la storia più importante. Prima del distacco dal corpo, la translazione collocava tutte le sue patologie in uno spazio indefinito che rendeva difficile, se non impossibile, la certezza data da un riscontro clinico che voleva indagare un malanno riconosciuto dalla medicina. La malattia c’era, poi non c’era, poi ricompariva. Era questo spazio indefinito che preparava il distacco per la completa guarigione dall’accidente ma che, allo stesso tempo, costringeva l’organismo ad una continua pressione con uno stress che avrebbe dovuto variare la struttura cellulare per mettere costantemente in allerta tutti gli organi.

Era probabilmente questa la formula, questo lo sforzo che avrebbe portato alla morte un corpo sano poiché, questa variazione per chiunque insopportabile, avrebbe alla fine esaurito tutta l’energia vitale. La malattia doveva essere innescata, riconosciuta dalle difese immunitarie, attaccata, trasferita in una diversa funzione organica, trasformata in una malattia differente che andava collocata in latenza intanto che veniva distrutta la patologia primaria per essere destinata alla translazione. Gli spiriti dei giusti variavano, programmavano e trasformavano anche i movimenti della penna dello scrittore con continue alterazioni delle identità e dei ruoli dei personaggi all’interno di un preciso disegno geometrico prodotto dalle percezioni che davano il vero risultato reale di una storia che sembrava irreale e, con lo stesso sentire, manifestavano il vero risultato irreale di una storia data, con certezza dallo scrittore, reale.  Un fenomeno anche questo, come tutto il resto, guidato e supervisionato dal potere alieno.  Il fine ultimo sarebbe stato quello di raccontare il male e spiegarne le sue ragioni con la storia semplice per arrivare poi, con la translazione e la storia più importante alla vendetta generale che risparmierà i sei personaggi minori, protagonisti della prima narrazione della semplicità del male e del suo dolore.

Sei entità, tre vittime e tre carnefici, ma tre carnefici che già da vittime, un tempo, hanno conosciuto il male, e tre vittime che, in un loro tempo, hanno voluto essere carnefici.  Tutti dentro lo stesso cerchio, dentro quello stesso spazio dei ruoli alternati dove lo stuprato diventa stupratore, il boia l’impiccato e la vittima che si dona al suo assassino per prepararsi ad assassinare ancora. E’ questo cerchio che li assolve dalla vendetta aliena, è la narrazione di questo cerchio che permetterà poi alla scrittore di capire quel messaggio del vento gelido delle montagne:” Devi completare l’opera….”.

LA STORIA SEMPLICE

PRIMA SCENA

La merda ha lo stesso potere del miele, attira le mosche come farebbe il miele con le api. Se sei vincente sarai cercato dalle api, da perdente verrai assalito dalle mosche. Recita una citazione biblica: “Non dare le perle ai porci”. I profeti intendevano, con questo passaggio, descrivere la condizione umana, il cambio della percezione delle persone sulle altre persone, il mutare del loro donarsi tutto diretto e proporzionale al ruolo della persona che avevano davanti, tutto proporzionale all’idea che si facevano di quella persona in ragione delle sue condizioni, privilegiando il suo avere per  mortificare il suo essere. Ma dentro questo cerchio viene anche steso un filo impercettibile che segna un limite, un trucco, una traccia molto oscura e assai difficile da poter decifrare e che confonde le mosche con le api facendo sprofondare tutto in spazi di buio e di luce, in albe e tramonti, con la luna e il sole, con la vita e le tenebre, con la vista delle stelle che da speranza e la tempesta che ogni cosa annebbia. Tanto potente la forza del bene, tanto potente la forza del male, tanto potente lo scontro di queste due energie da riuscire a produrre, inaspettatamente, un fulmine che si dirige in tutt’altra direzione, una direzione non voluta, non programmata. E allora anche la mosca potrebbe, assumendo il corpo della crisalide, trasformarsi in una farfalla e lo sciame di api divenire l’arrivo dell’olocausto e della condanna.

Il potere alieno calibra, controlla e mette a fuoco anche la rara e originale potenza intuitiva dello scrittore. Una azione giocata in contemporanea con la scelta di caricare la batteria di guerra della translazione per colpire un obiettivo preciso. Anche questo un modo insolito e giocondo per onorarlo.

I proiettili, in rampa di lancio, sono pronti per lo sparo. Le metastasi, principalmente, e poi tutte le altre malattie del mondo, sono la polvere esplosiva.

La localizzazione è la città siciliana di Caltagirone.  La pseudo umanità di merda come scelta prediletta è formata da troie e ruffiani psichiatrici, dove “psichiatrici” sta per carnefici perdenti e non utenti malati che sono stati loro vittime. L’operazione è certa, vincente e arricchisce lo scrittore di altra forza, altra potenza tradotta nel messaggio:”Segui a scrivere, completa l’opera della tua vita”.

 

E infatti, la penna torna a muoversi, per semplificare il racconto della prima storia semplice con i sei personaggi che avrebbero ispirato sicuramente lo scritto dei profeti:” Non date le perle ai porci”.

 

SECONDA SCENA

E’ possibile dare un senso, ispirare una vendetta, risolvere l’orrore di un olocausto? Milioni di animali in un solo giorno al mondo vengono torturati,

massacrati, seviziati. Ci sono le grandi catene alimentari, i macelli, gli allevamenti intensivi, i circhi e le corride. Il popolo cinese formato da un miliardo e trecento milioni di persone, bolle cani vivi, li divora durante le feste popolari e, dalla notte dei tempi, il massacro affonda dentro una cifra aritmetica e un numero matematico impossibile da comporre o ricomporre. Irraggiungibile è il

numero della violenza, la cifra esatta come prova assoluta della sua esistenza.

Lo scrittore era tornato tra i boschi richiamato dalla potenza luminosa della luna piena e dal feroce lamento di un uomo lupo. Da lontano, molto lontano nel cielo,

un’astronave luminosa vigilava sulla sua sicurezza. Questa presenza aliena aveva voluta la scena, determinato l’evento e guidava lo scrittore verso un risultato esatto. Sarebbe arrivata la risposta alla domanda sul grande olocausto animale che si è consumato, si consuma e continuerà a consumarsi per l’umanità. Quel crimine,

 

 

A MODICA QUEL CANCRO DEVASTANTE

LE  STORIE BREVI E VERE DI DANIELE RUTA

 

Questa storia che un giorno diverrà leggenda è per intanto una storia vera perché quando l’anima la sente e la riporta sulla carta è certo allora che il movimento della penna rappresenta solo una vera verità che aspetta. Allo stesso modo e con lo stesso senso la penna si muove per disegnare sulla carta l’esistenza degli uomini lupo, individui non riconoscibili con le loro vere forme che sanno chi cercare e chi guardare. Anche la giustizia è certa seppure il racconto appare vago, nebuloso, incomprensibile o non credibile. Queste esistenze pure, animalesche e primordiali fanno da contrasto, con la loro vendetta, alla miserabile azione  degli uomini. Si trovano ovunque gli uomini lupo per fare di giorno quello che pensano di notte o nelle loro amate notti quando intendono cercare i pensieri degli altri, innescare agli altri i pensieri e muovere una penna, due penne, tante penne che sembrano bloccate e che aspettano la notte. Una notte attesa, una notte che aspetta e poi infine lo scivolare di un messaggio per

comunicare al mondo la storia vera, la storia che diverrà leggenda. Anonimamente scivolano verso un territorio per raccogliere le scene e le azioni dei miserabili che accumulano denari con i canili dove le anime pure dei bambini vivono il terrore aspettando l’olocausto. C’è un cane, piccolo,disperato,chiuso al caldo torrido che grida tutto il suo dolore. E loro, gli uomini lupo, questo dolore lo sentono, lo prendono con loro, lo fanno diventare uno strumento. Questo cane, fuori da un canile ma dentro il lager di un privato.

Ci sono tanti cani morti per strada, da strada a strada, da pietra a sasso. Cosa hanno vissuto, cosa hanno patito? Perché sono lì? Perché sono stati lasciati lì?

Uno strumento ancora, per il cancro devastante. C’è il miserabile vicino che inquina la campagna di veleni tanto capaci di colpire prima dei miserabili gli esseri sensienti, gli animali che con la loro purezza potrebbero far conoscere agli uomini solo amore. Scivolando verso le grandi cornici iblee ecco le scene e  le azioni. I canili da posto a posto, i vicini, i lager dei privati. E’ tutto tanto, è tutto

troppo.  Sarebbe già persa una guerra contro la  miseria. La strategia si sposta.

Si può guardare qualsiasi cosa o lanciare uno sguardo alla contea di Modica.

Si possono ricordare i posti dove sono stati visti i  lager, gli animali morti, quelli che disarmati gridano. Si possono ricordare le gabbie, i mercati, la sofferenza in vendita e  gli sguardi rassegnati anche al  dolore dei   viventi. Sono uccelli, gufi o

magnificenze di ogni specie. E poi loro, gli uomini lupo, armati, sempre più armati,  armati all’ennesima potenza da tutto quello che hanno visto e che assumono in uno sguardo. E, dopo aver cercato i posti e i miserabili, trasformano lo sguardo puntato sul miserabile in un cancro devastante per le sue carni .Questa è una storia vera e aspetta la leggenda.

 

IL BERSAGLIO

GELATO AL CIOCCOLATO

 

Durante il concerto del cantante Pupo in Ucraina due donne si sono azzuffate perché il figlio di una di loro teneva la suoneria del cellulare troppo alta e disturbava l’ascolto della canzone “gelato al cioccolato”. Nessun osservatore

internazionale è stato capace di cogliere, con questa notizia, i reali motivi di

urgenza che dovrebbero portare all’immediato ingresso dell’Ucraina nella

Comunità Europea.  I turchi possono anche restarne fuori, loro non hanno nessuna conoscenza della nostra cultura musicale e non potranno mai

difenderci dalle suonerie quando, estasiati, ci abbandoneremo, come alla ricerca di un Nirvana, alle note del ballo del qua…qua e alle melodie del cantante di

Berlusconi. Lui si, Berlusconi, vero genio della politica che dopo averci regalato un quarto di secolo di sogno tele democratico ora capisce che è giunto il momento

di un suo successore da lui stesso indicato nel giornalista e conduttore Del Debbio.  E anche su questo nessuno si rende conto che sta per aprirsi una nuova e più grande stagione di rivoluzione liberale.  I migliori pensatori italiani, grandi eredi dei Salvemini, dei fratelli Rosselli e degli  Ernesto Rossi, come appunto Bruno Vespa, indicato dal nostro stesso presidente o Maurizio Costanzo e Pippo Franco, sono ora in subbuglio. Riuniti nei loro salotti come valorosi carbonari per

ridisegnare la rinascita della nostra amata patria!! Viva L’Italia!!

I CANTI GENERALI DELL’AMORE SECONDA EDIZIONE

Se potessi……

Dirti tutto….

Non avresti paura

E se potessi dare un senso al tutto

Con la mia parola

Ti lancerei lontano

Verso i cammini della serenità

Ma…..

C’è la domanda sul tutto….

Che io so racchiude la mia anima

E si nasconde

E combatte

Furiosa contro il mio pensiero

E la mia anima

Aspetta allora

Aspetta….

Se vinci il mio tempo

Se vinci il mio silenzio

Ti riconosce la mia anima

La mia anima…..

Ti sentirà guerriera