L’ASSISTENTE SOCIALE IPPOLITO

LE INCHIESTE SOCIALI DI DANIELE RUTA

Il sistema sociale del trentino vorrebbe apparire civile

e avanzato e si sforza in tutti i modi di dimostrarlo

nascondendo, allo stesso tempo, la sua vera faccia di

violenza, ignoranza e arroganza. Una faccia ben celata e coperta di apparenti buoni sentimenti. E allora questa inchiesta è anche una scommessa perché intende svelare l’aspetto vero di un bambino candito che si rivela un mostro. Disumanità, falsità,

giochi di squadra per trasformare il disagio e la povertà dei tanti in benefici per pochi eletti e protetti

dal potere, dalla chiesa, dalle fratellanza. Posti di lavoro, stipendi, ruoli di caporalato tanto gratificanti per gli idioti ed i mediocri. E il potere delle istituzioni totali vigilante su tutto questo. Il povero e il disagiato senza nessuna via di uscita, sempre e costantemente sotto ricatto da una regia precisa che vuole che resti

come tale, sempre con lo stesso ruolo che garantisce la ricchezza del sistema. Il viaggio ci porterà a conoscere decine di uomini e donne che non hanno

potuto rialzarsi dopo essere cadute nel baratro. Alcuni di loro hanno gettato la spugna e ci hanno lasciato con il gesto più intimo ed estremo. Un viaggio interessante ma anche doloroso che nessuno racconta

perché in trentino  il tutto, dalla stampa alla tanto citata

società civile della terra nord europa del confine, è avvolto dal grande tabù della verità che va silenziata

poiché non si può stuprare il palazzo di vetro, tutto

luccicante, tutto perfetto, dove dal di fuori tutto può guardarsi. Non si può stuprare ora dopo che ci sono voluti decenni per farlo apparire come tale. In una terra del sud si può fare, si può fare tra i degradi delle città o tra i quartieri metropolitani, si può fare là dove

non ci sono nemmeno i palazzi. Ma dove non ci sono i

palazzi non vi è nemmeno una classe politica che rivendica di avere luccicato i suoi vetri. Da pietra a sasso e da posto a posto apparirà la verità senza la cortina di plastica che vorrebbe contaminarla a vantaggio del falso indizio. E’ questo dunque un viaggio nella vera verità.

Prima Parte: Il sistema

 

Nelle altre regioni e province di Italia se non hai soldi e non sei legato ad una “famiglia” tutto è più facile da

capire. Il sistema ti dice che sei un verme e che conti meno di una ameba e che al massimo puoi servire, da utente provvisorio, ad ingrassare gli ingranaggi della macchina da soldi che funziona con l’uso del disagio e della povertà. Tutto l’associazionismo, tutta la sua piramide, con la Caritas che ha conquistato la sua prima stella, attinge alla grande ricchezza prodotta dalla povertà provocata dal sistema liberistico e capitalistico. Paradossale e tragico. Il sistema ti munge, resti senza più niente ma ancora non si butta quello che ti rimane. La carne, la pelle e la coscienza, quella, che serve solo a te per spingerti a pensare alla liberazione con la morte, come fanno i carcerati perché è la sola scelta per uscire dall’inferno. Un sistema perfetto che funziona ingrassato da complicità insospettabili. Ogni carrozzone del sistema si nutre dei vantaggi della povertà. Per cominciare a capire si potrebbe tentare di raccontare il viaggio con uno sguardo sul trentino, la  provincia(autonoma) che da diversi anni legifera “contro la povertà” e che aveva inizialmente previsto per gli indigenti “un minimo vitale” ora chiamato “reddito di garanzia”. Una circostanza da territorio europeo se non fosse per il trucco celato in modo oltretutto grossolano. La chiesa, presenza fortissima, ha sempre rivendicato il suo diritto d’autore sul minimo vitale ricordando la lungimiranza del prete Rosmini che in un epoca, in effetti molto lontana per sentire questo diritto, aveva da Rovereto pubblicamente ammesso che lo stato aveva il dovere di affrancare la gente dalla povertà con un sussidio poi dalla classe politica chiamato “minimo vitale” allo scopo di garantire alle persone una dignità se escluse dal mondo del lavoro. Un precursore Rosmini del tanto oggi dibattuto “reddito di cittadinanza”?. Se svegliamo il trucco la scena che appare ci dirà che non si salva nessuno, nemmeno i grillini che del reddito di cittadinanza hanno fatto il loro cavallo di battaglia. La scena ci dirà che sono tutti dentro il sistema per attingere dalla sofferenza e dalla povertà o per attingere a quella ricchezza tanto diversificata che offre la povertà. Tutti, anche gli insospettabili, come il Gruppo Abele che con la sua lotta alla mafia ha voluto coprirsi di verginità.  Difficile ritenere Rosmini un precursore, è più facile pensare che il sistema sia un imitatore del prelato di Rovereto. Il suo minimo vitale non intendeva infatti riportare alla dignità i poveri ma accrescere invece il potere sociale della chiesa con più strumenti e interventi di protezione. In pratica si doveva dare poco, ma davvero poco in quanto a monetizzazione per costringere il povero a rivolgersi alla copertura clericale per tutti quegli interventi che il minimo vitale non poteva garantire. Mense, dormitori, associazioni. E’ la stessa idea che emerge nel nostro contemporaneo. Le recenti iniziative governative e parlamentari e la “grande marcia” di tutto il terzo settore dell’associazionismo italiano per lottare contro la povertà è la perfetta sintesi di questo pernicioso e sadico processo del pensiero che vuole garantire stipendi e posti di lavoro ai “volontari”  e lauti contributi alle associazioni. Ad esempio si potrebbero citare tante storie, tanti casi e tantissime vicende personali di sconosciuti personaggi che con la loro “generosità” sono diventati dei veri e propri “santi” capaci di trasformare il loro ” gruppo di lavoro” in esercito della salvezza. Continua….

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