I GIALLI DELLE MONTAGNE

A PIANO LA MORTE SI SBAGLIA

 

Piano, piccola e suggestiva stazione di montagna. In inverno, se tornasse il grande freddo, qui a Piano sarebbe raro vedere qualcuno aspettare il treno per indicargli con la mano di fermarsi. Raro, se non fosse per Ivan Jasshikof, siberiano che aveva ricevuto il messaggio dai boschi e per questo era stato capace di trasformare gli ultimi anni della sua vita in un formidabile pozzo di conoscenza e verità sconosciuta al mondo. Ma ora la penna si muove con la stessa forza che permetteva a Ivan di scendere dalle montagne, con la stessa forza che lo riportava alle sue altezze inimmaginabili. La penna ora lo citerà semplicemente Ivan o il siberiano e racconterà la sua vita, la sua morte e la sua anima, ci dirà che se tornasse il grande freddo raramente qualcuno a Piano alzerà la mano per fermare il treno perché Ivan ora riposa tra le tenebre e balla con quelle stesse anime che gli avevano raccontato tutto in quegli anni, forse pochi, forse tanti, quando aspettava che il suo corpo si consumasse per tornare nudo alla terra, per lanciare alla terra la sua richiesta di abbandonarsi , per ritornare senza più materia al primo canto delle anime che avevano voluto accoglierlo quando era ancora vivo. Un canto semplice, musicato con semplicità e

che preannunciava l’apoteosi della conoscenza. Un canto sempre con lo stesso ritornello:” La morte si sbaglia….la morte si sbaglia…”. Questa è la sua storia ma è anche la storia della forza della penna che muove il racconto con la vera verità.

E’ la storia di una comunicazione, è la storia di un contatto e dunque è una storia vera, tutta vera appunto, con la vera verità.

Per troppo tempo gli abitanti della Val di Sole si erano sempre domandati sulla figura di questo uomo strano, il siberiano, dall’altezza imponente, il corpo massiccio che faceva cento venti chili di peso ma senza un filo di grasso e le braccia possenti, le mani che parevano sovraumane e il viso tagliente come ritagliato in una maschera veneziana. Lui qualche volta scendeva dai boschi per fare provviste e sceglieva sempre la stazione di Piano per fermare il trenino.

Tutti i controllori lo conoscevano e per quanto fossero tanti i mesi e gli anni

passati a fargli sempre la stessa domanda:” Biglietto per Malè…o…Trento?”, per quanto questo fosse sempre lo stesso passaggio, gli uomini dei biglietti si rivolgevano a lui sempre con una certa soggezione, un timore che raffreddava il sangue sebbene Ivan non avesse mai recato disturbo a nessuno, ne fatto mai del male a nessuno.  La cittadina di Malè era una tappa obbligata per le compere di alimenti essenziali. Trento era più lontana ma Ivan ci arrivava solo raramente e solo dopo aver vissuto tra le montagne l’evento che avrebbe cambiato gli ultimi anni della sua vita. Fare provviste e riportarle nella sua tana, costruita prendendo in prestito uno scavo di roccia, era un impegno che non gli piaceva ma necessario lì, in quel posto, dove avrebbe potuto cibarsi solo di piante o animali. I fratelli, i compagni, gli amori. Come avrebbe potuto? Se era stato il canto, un solo canto, a trascinarlo lì, in quel posto. Un canto primordiale che si sarebbe poi arricchito e perfezionato con la musica essenziale delle tenebre.

Il canto dell’albero e dell’animale, per lui una stessa equazione.

Un impegno fastidioso fare la spesa una volta la settimana perché non avrebbe potuto caricarsi di troppa roba, era già difficile e faticoso risalire le rocce, affrontare i sentieri con il necessario infilato nello zaino con una precisione geometrica  che pareva avesse imparato dagli arabi. Quindi un impegno ineluttabile per la sopravvivenza ma che pure lo costringeva a sottili attenzioni

e a tanto dispiego di tempo. La scelta del tabacco, quella del gas per i fornelli che scaldavano il pasto e l’acqua. E l’attenta analisi sul cibo che non doveva contenere nessun elemento animale e quella sulle piante e i cereali prelevati dagli scaffali. Ivan sempre si diceva alla fine della giornata che nessun essere vivente aveva dato a lui la sofferenza per il latte ne il terrore per la morte della carne ma gli restava sempre un senso di colpa, un dolore che nasceva dalla sua certezza di avere comunque rubato qualcosa alla natura. E, alla fine, si rispondeva, come tutte le volte si rispondeva, che una pianta era comunque morta per lui o finanche un germoglio o un tubero e che per questo avrebbe dovuto cercare il canto dei suoi amori e chiedere ai suoi fratelli e alle sue sorelle dei boschi se meritava ancora e davvero di vivere.

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