I GIALLI DELLA MONTAGNA

 PREMESSA

I gialli della montagna formano la raccolta del “CICLO DEL FREDDO E DELLA MORTE”.
Sono racconti brevi in cui la storia comincia e finisce ma non sempre appare
risolto l’enigma. Questo primo racconto apre lo scenario del ciclo e i piu’ attenti
lettori potranno trovare analogie,riagganci e rimandi come in tutti gli altri racconti dove,
forse, potrebbe celarsi la traccia, o la verita’ di un giallo irrisolto.

PRIMO RACCONTO

                                     IL DELITTO AUTONOMICO

Morgantino era calabrese e viveva in valle d’aosta. In questa terra di confine la
maggioranza delle persone  stilava la lista delle cose piu’ importanti per la vita
ma, raramente, compariva in questa lista la potenza della natura. Cosa diversa
naturalmente dall’amare e rispettare la natura. La potenza della natura era
un’altra cosa. Era come una visione, forse un’immagine piu’ potente come
il  pensare che un dio supremo avesse voluto lasciare una sua impronta
schiacciando un pezzetto di terra con tutta la sua forza perche’ l’energia
sprigionasse fenomeni naturali irripetibili. Come la crescista di grandi
montagne che avrebbero dovuto testimoniare per il resto dei tempi
la demarcazione del territorio scelto come visione,destino,energia o
forza suprema. Tuttavia,oltre la visione, tutto il resto non era affatto
semplice. Non lo era per chi, questo resto, cercava di raccontare e nemmeno
per tutti coloro che lo volevano indagare. Era evidente a tutti pero’ che in
valle si stava davvero bene. Era evidente,formalmente,escludendo tutte
le variabili. Morgantino, tutte le mattine, assolveva un suo rituale
fondamentale. Si trattava di alzarsi per essere alle dieci,sempre alle dieci,
e in perfetto orario, nel centro esatto della piazza centrale della citta’
di aosta. Guardava frontalmente l’alpino, il soldato delle grandi guerre
italiane che si trovava immobile,tutto in ferro o bronzo forse, a
testimoniare il sacrificio. Poi, con un passo lento e un leggero movimento,
si spostava verso destra per fissare un vicolo che aveva una parete adibita
alla pubblicazione degli annunci mortuari. Li’ si consumava sempre la stessa
scena. Gruppi di persone a fermarsi,a guardare il manifesto, per sapere del morto
e commentare la vita e la morte del defunto. E per Morgantino la stessa domanda:”Ma
chi sono questi? Sono veneti,calabresi,siciliani?O sono valdostani….?E allora, se sono
valdostani,sono come noi….del sud”. In effetti,quella scena,riportava alla Sicilia o alla
Calabria degli anni cinquanta. Ma chi poteva sapere com’era la valle d’aosta negli anni
cinquanta? Infine, Morgantino superava l’alpino, cercava il suo posto al bar,dove lo
conoscevano tutti, e aspettava. Il caffe’ con il quotidiano sarebbe arrivato spontaneo.
Anche questo rito era conosciuto, come le sue esclamazioni dopo la lettura della pagina
delle lettere al direttore:”Idiota! Idiota! Idiota!. Il barista,qualche volta, pensava di tirare
dal giornale solo la pagina per lasciare il quotidiano agli altri clienti, perche’ solo la
pagina delle lettere al direttore Morgantino leggeva. Ma avrebbe rischiato di rovinare
quella preziosita’, il giornale, fresco di stampa, con ancora attaccato il profumo
dell’inchiostro che pareva un balocco o un
pasticcino alla crema,caldo caldo. E poi era tutto il rito del calabrese la vera
attrazione del mattino. Senza il giornale, intatto, era come lasciare un circo senza
nani, rubare Pinocchio alla Fata Turchina o innalzare nella piazza la bandiera italiana
prima di quella valdostana che era, tra l’altro, la bandiera piu’ bella del mondo con i
suoi colori dell’anarchia. Il nero, il rosso. Ma senza l’anarchia che lanciava un canto
flebile tra le valli, quei colori della bandiera mutavano in una scommessa, una puntata
alla roulette. Testa o croce. La terra puo’ farti felice, con la sua potenza della natura.
Oppure puo’ respingerti. Con la scelta di un popolo piu’ integrato all’idea politica
del beneficio autonomico che alle potenzialita’ libertarie del beneficio tradito.
Una mezz’ora dopo le dieci, lo spettacolo del circo cominciava.
La gente riempiva i tavoli, taluni si accostavano, piu’ vicini al calabrese.
La voce era forte,potente, vibrante, come l’ululato di un lupo della Sila:”Idiota!Idiota”
Idiota”. E partivano le scommesse. Testa o croce, rosso o nero. Chi era l’idiota?
Era chi scriveva la lettera, o era il direttore che la riceveva,che poi rispondeva?
Quel giorno si celebrava la festa della liberazione, proprio in quella piazza si
festeggiava il 25 aprile. Allora l’Italia c’era ma con una presenza tutta speciale.
Era tardi per Morgantino che sarebbe dovuto andare in stazione dove aspettava un
vecchio amico di Torino che conosceva dal 1999. Gli scommettitori delusi lo vedono
allontanarsi di fretta, anzi correre lungo la strada. Del vecchio amico di Torino
amava tutto. Amava il suo carattere, la storia della sua vita e la percezione che
fosse molto simile a lui, quando, in particolare, lanciava con la stessa ripetizione
ossessiva una frase distinta dalla sua, ma che allo stesso modo sentiva
efficace:”Mi sono rotto il cazzo delle donne, mi sono rotto il cazzo!”.
Renzo, il suo amico, era lucano, ex operaio della Fiat e sopravvissuto ad una vita
molto difficile. Durante il periodo delle grandi ristrutturazioni e dei licenziamenti
disposti dalla fabbrica automobili italiani di Torino(FIAT), piu’ di centocinquanta
operai si erano tolti la vita, un numero piu’ consistente probabilmente lo aveva tentato.
Renzo lo aveva tentato ma per altre ragioni. Ora, dopo lo studio del marxsismo, le lotte sociali e la
speranza della coscienza di classe, dei lavoratori fratelli e degli operai che si amano,
a Renzo erano rimasti solo due riferimenti che lo aiutavano a sopravvivere. Il primo
riferimento erano i soldi. Fare o poter fare qualunque cosa per i soldi per stare bene
perche’ tanto, pensava, “anche gli operai sono dei bastardi e cercano di salire i gradini
per fare lavori meno faticosi”. “Sono come gli altri” diceva, “si trovano a fare gli operai
solo per destino ma non avrebbero nessun problema a sostituirsi ai loro padroni”.
L’altro riferimento era tutto speciale e originale e Renzo lo chiamava la
“democrazia della morte”. Sembrava un concetto recente ma in verita’ lui lo aveva
gia’ inventato agli inizi degli anni sessanta, quando, da giovane operaio viveva i
tormenti della fabbrica, la calura insopportabile, il rumore infernale delle macchine,
l’incubo della sua esistenza. E vedeva le donne povere del sud arrivare a Torino per
emanciparsi come schiave. Le vedeva cadere,svenire, rotolarsi tra i grassi delle
catene di montaggio, incapaci di resistere. Ma poi gli dicevano che era solo questione
di abitudine. Il capo reparto prometteva migliori destinazioni in cambio di prestazioni
sessuali. Renzo era debole e,come tutti i deboli, custodiva la violenza solo nella sua
testa. Ma poi succede qualcosa per lui di speciale. Il capo reparto manca dal lavoro
da diverso tempo. Si viene a sapere che ha la faccia devastata dal cancro. Renzo vuole di
piu’ e va’ da tutte le donne a domandare:”Gliela hai attaccata tu la sifilide vero? Sei
brava,brava,dimmi,dimmi?”. Al terzo giorno riceve un pugno da un compagno:”Stronzo!
E’ solo cancro,lascia in pace le ragazze”. Da questo evento prende forma la “democrazia
della morte”. Un’invenzione che dovrebbe aiutarlo a sopportare la sua impotenza di operaio,
uomo solo che vive una societa’ che nutre e stritola, una societa’ che lui non ha il potere di
cambiare. La morte e’ l’unico vero sviluppo democratico di una umanita’ senza speranza.
Gli uomini tutto possono fare eccetto evitare la morte,vincere la morte. Ne’ possono
corromperla,tanto meno ricattarla. Cosi’ distingue tra “merdine”, “merde” e “merde schifose”.
La morte di una merdina lo ringiovanisce, la morte di una merda lo rigenera, la morte di
una merda schifosa lo convince che deve rimanere in vita per continuare ad assistere allo
spettacolo. Lo tormenta il sapere di non avere nessun potere per provocare la morte o
le  disgrazie di qualcuno. Puo’ solo aspettare, vivere d’attesa, ma poi si convince che,
in qualche modo, anche lui come elemento forma parte di questa rappresentazione
definitiva. Una lettura razionale direbbe che e’ stato il caso,la coincidenza, il destino.
L’operaio invece comincia a credere diversamente ora che, anno per anno, la sua umanita’
muore giovane, di malattie e disgrazie. Elabora Renzo il suo mondo perfetto, la sua
tecnologia della morte come pensare in forma permanente alla morte del suo destinato o
guardarlo in un modo particolare perche’ si affermi la democrazia della morte. Un caso cosi’
poteva finire blindato in un manicomio. L’assurdita’, il destino, o quella che gli pschiatri
avrebbero chiamato la “verita’ di Renzo” apre strade inaspettate. Tutti cominciano a
rispettarlo, tutti hanno paura di lui,soprattutto dei suoi sguardi quando accade qualcosa che
non gli piace. Tutte le sue richieste in fabbrica vengono accettate. Arriva ad avere il posto piu’
ambito tra chi non ha nemmeno la licenza elementare. I capi sono perfino disposti a fargli
prendere un titolo di studio. Ma Renzo capisce che deve fermarsi per rispetto ai
compagni che ha lasciato negli alti forni. Ora e’ nientemeno che capo vigilante dei sistemi di
allarme. Altro non deve fare che stare seduto dentro una cabina senza rumori, fresca
d’estate e calda di inverno, e, nell’attesa che suoni qualcosa, puo’ leggere o scrivere,
guardare i fumetti,ascoltare la radio, fare i cruciverba. La sua vita si rovescia ma e’ peggiore.
Ha sconfitto il mostro della fatica ma ora ha davanti a se’ quello della solitudine.
Tutti gli operai che gli passono davanti vorrebbero lanciarli sguardi di disprezzo o invidia o
di morte per sapere se possono essere come lui. Ma hanno paura. Perde i pochi amici
che aveva. Qualche volta pensa, altre volte ripensa a quella assemblea sindacale quando si
doveva dibattere della liberta’ delle donne e lui invece prende il microfono per spiegare la
sua democrazia della morte. Si pente di averlo fatto, di aver svelato il suo segreto.

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