CODICE IBLA

L’alba e i canti di primavera. Il coro degli uccelli lanciato da un primo vento meno caldo. E quella villa

siciliana come fosse un’astronave luminosa con la sua

casa al centro, circondata da spazi di terra e alberi avvolti nel lungo desiderio di volare per essere in ogni

parte e in ogni mondo.  Il tempo scorre sempre e le

scene si perdono, poi con lo stesso tempo anche i ricordi e forse pure le nostalgie e i rimpianti.

Eppure, con questa forza della terra che vorrebbe

partire e volare per raggiungere spazi sconosciuti,

si muove solitaria una  strana energia che vuole

tornare ai ricordi con la certezza che sono adesso in un altra dimensione. La morte è sconfitta, la morte è

liquidata, lasciata e spinta in quello stesso punto dove

la morte stessa desidera che tutto venga risucchiato.

Invece, l’energia che muove la penna o che decide sul destino di un bambino, apre scenari inaspettati.

Così, apparentemente, l’avvocato è stato già da molto tempo sigillato in quella cassa liquefatta dalla terra.

Apparentemente già da tempo fù riconosciuta la sua immagine sotto il ponte. Giaceva con le braccia aperte come quelle del Cristo in croce e il suo corpo morto

si era lasciato trasformare dalla forza di un impatto

equidistante dal punto alto e dal punto basso.

Ma l’energia vincente indaga tutte le dimensioni e

decide, se vuole, di ridare ad una dimensione la sua

memoria perché possa tornare indietro, in un altro punto esatto, lo stesso dove la morte si era insediata

per uccidere e poi cacciare la dimensione stessa a cui

restava la memoria.

Sono i fenomeni che muovono la penna, sono i fenomeni che danno alle anime il potere di lasciare in vita lo scrittore.

Tutto da capire, tutto da indagare. Tutto dentro, questa

volta , un significato principale. Il codice Ibla era solo

una della manifestazione dei fenomeni. Una prova

piccola piccola a sostegno della grande energia e poca cosa se confrontata col grande disegno generale

delle dimensioni del tempo, della vita e dello spazio.

E non era improbabile che l’energia di quel pezzo di terra di Sicilia si era già staccata per volare con

l’astronave luminosa alla ricerca delle prove e dei

significati delle dimensioni e dei paralleli che avevano sconfitto la morte, le nostalgie e i rimpianti e

affrancato i ricordi dal prezzo di dover pagare con il

dolore il manifesto scenico di un pezzo di vita che non

ritorna.

UN PO’ PRIMA DELLE ORIGINI

In Sicilia se vuoi indagare per arrivare alla vera verità

devi applicare il metodo della translazione. Una translazione pratica tutta diversa dalla translazione magica che colpisce e definisce. I bravi marinai guardavano le stelle e riportavano sulla carta nautica

le osservazioni che dovevano incontrarsi per determinare un punto nave molto approssimato.

Da qualunque parte questo punto nave potrebbe servire come un buon indizio per cominciare a capire un crimine, un delitto. Da qualunque parte oltre i confini di Sicilia dove occorre, per l’indizio, tracciare

e segnare le osservazioni su una carta nautica tutta diversa e tutta speciale. Praticare appunto la translazione. Quindi è poca cosa l’osservazione delle

stelle se non si conosce la carta nautica su cui lanciarle. E’ poca cosa ascoltare un testimone se non si conosce ne si capisce la ragione per cui parla.

E nel siciliano una ragione magari confusa e nebulosa si trova sempre affondata nel suo animo. Lui, quest’uomo, il siciliano,  vivente di un popolo oramai massificato nel conformismo di tutti i bisogni indotti e

sempre alla ricerca ironica di una distinzione dai viventi di tutte le altre parti,  conserva ancora e stranamente, nonostante la lunga educazione operata

per decenni dalla chiesa, dalla democrazia cristiana e dalla televisione che ha trovato nell’ultimo vent’ennio il soccorso di Berlusconi,  la sola peculiarità che può davvero distinguerlo se costringe un inquirente alla translazione. La translazione è la sola scritta marchiata da qualche parte, come un codice esoterico, che affratella in un loggia segreta tutti i siciliani che combattono per preservarsi dall’estinzione. Malgrado i tentativi, tutti i tentativi,

per cercare di distinguersi, ai siciliani non è rimasto altro.

                   LA   GRANDE  STORIA COMINCIA

L’avvocato lo aveva lanciato come un grido che poteva apparire profetico:”  Solo lo straniero potrà togliermi la vita!”. In uno dei suoi tanti comizi per le terre di Sicilia. Ma sarebbero dovuti passare diversi anni per avere gli strumenti che potevano consentire di tradurre il significato di “straniero” e translare  alla data esatta della sua morte tutte le circostanze del suo decesso perché fossero applicate, queste circostanze, sulla carta della vera verità  e dunque anche queste

prove tradotte per avere la certezza dell’esatta posizione della storia che era una grande storia, forse un vissuto da romanzo, forse la nota di una leggenda.

Negli anni sessanta era nato il Partito Comunista Marxista  Leninista della Sicilia che abbracciava un sogno troppo ambizioso per la Sicilia dove tutti gli “stranieri” erano passati, si erano accampati, avevano

eretto le loro civiltà, lasciato arte o cultura e ricchezza oppure depredato. Il siciliano, corpo organico cellulare geneticamente incomprensibile, aveva, a sua difesa, radunato, in un tempo imprecisato, un buon numero di corpi cellulari per fare un cosiddetto “consiglio di famiglia”. Erano fratelli, sorelle, nonne, zie o cugini a cui bisognava dare una identità. La soluzione fu trovata, era nata la “famiglia”, era nato lo

stato di Sicilia. Ma non bastava come soluzione perché una cellula impazziva sempre, un’altra si camuffava, un’altra ancora tradiva per andare a formare una “famiglia” diversa.  Il senatore Giulio Andreotti  della Sicilia diceva che “è una terra difficile da capire” omettendo di aggiungere di essere stato uno dei pochi che l’ha capita benissimo e deve essere stato davvero bravo non avendo il sangue e le origini. La questione genetica e cellulare confondeva la vista con le nebulose

fumanti di contraddizioni e conflitti. Ma oggi confonde solo la storia passata . La Sicilia delle origini non esiste più andando lentamente consumando negli ultimi decenni  le tracce rimaste di siculo sangue.

Resta la translazione. Ma di questo,  come della morte dell’ultima cellula pazza, furiosa, criminale o puttana,

generosa ed eroica, ombrosa, gioiosa, vitale, mortale, non se ne accorto ancora nessuno.

INIZIO DEL PRIMO CAPITOLO

L’avvocato era morto nel 1991 ma prima che concludesse il ciclo della sua vita per diverso tempo fu dimenticato. Uno spazio senza più rumore. Il vecchio leone si era acquietato, magari rassegnato, la sua campagna, la sua terra, restava come unico risultato. Questo, probabilmente, lo pensava. Ma si sbagliava. La Sicilia si avviava verso il processo di estinzione culturale. Ancora qualche decennio è sarebbe scomparso il tutto del peggio e il tutto del meglio espresso dalla mistica

e dal mistero che tanto affascinava gli osservatori interni ed esterni . Era stata scritta la gigantesca enciclopedia antropologica che mirava fino all’ultimo pelo di popolo. Niente più da dire, niente più da riportare se non fosse per il dovere di riagganciarsi alla memoria per far rivivere nella realtà una storia che non è stata raccontata o tutte quelle storie che non sono state raccontate. O sono state raccontate male o sono state raccontate con la menzogna, mistificate, depistate,manipolate.  La memoria, translata nel giusto tempo, ha buone probabilità di accreditarsi come la vera verità dell’accaduto. Se due decenni prima l’accaduto era incomprensibile e indecifrabile, se quella storia era perfino impossibile da indagare, blindata da una certezza indiscutibile, due decenni dopo la memoria acquista il ruolo di vero attore e giusta guida per riportare alla luce quell’errore che ha dato per vincente la certezza indiscutibile. E’ questo il momento più difficile per l’uomo della memoria. Trovarsi lucidamente di fronte all’errore significa guardare dentro le fauci di un mostro dove potrebbero anche essere lette le proprie colpe. Ironicamente l’esempio di memoria translata nel giusto tempo potrebbe trovarsi in un semplice pensionamento. I poteri e le autorità si formano sempre a cerchio e dentro questo cerchio insieme si tutelano e si proteggono riconoscendosi con i loro ruoli di magistrati, poliziotti, politici, industriali e petrolieri. Accade, come nel tutto lo stesso, anche in provincia di Ragusa. Chi mai parlerà se resta dentro il cerchio? Alla parola di costoro quando potrà essere applicata la translazione? Le comparse della storia diranno sempre cose diverse e contradditorie se sono ancora in ruolo:”No, io non c’ero, io non ho visto suo padre sotto il ponte, io ero a riposo quella volta….non ho fatto irruzione dentro la sua casa…a, si, quella volta, quale volta? Cosa intende?”.

Ma poi, in un momento, senza pensare di poter dire cose troppo importanti, un

poliziotto uscito dal cerchio libera la parola con la sicurezza del suo pensionamento:” L’ho visto, l’ho visto suo padre, devastato sotto il ponte e ricordo che attorno al cadavere si trovavano tante carte, tante bollette elettriche”.

Carte? Bollette elettriche? Si dichiara che l’uomo si è suicidato lanciandosi dal ponte. Nessun riferimento alle carte nel rapporto di polizia. Elemento irrilevante? Proviamo ad entrare nella mente del suicida. L’avvocato sceglie di lanciarsi dal ponte, si colloca in un punto del ponte perché possa cadere sulla strada trafficata. Questo, per l’avvocato è importante. Poter cadere sulla strada significa denunciare immediatamente il suo suicidio evitando così che il suo corpo possa restare tra le campagne per un tempo lungo. Tuttavia, se nella logica ci può stare, sarebbe bastato aspettare il passaggio di una macchina, la vista di un testimone.  Ma le carte? E le bollette elettriche? Forse in quelle carte c’erano dei messaggi, forse anche le bollette elettriche entravano in un significato. Ma non sono state consegnate al figlio. Forse l’avvocato pensa che il suo corpo arriverà al suolo sfracellato e irriconoscibile. Conosceva la medicina legale e la sua applicazione nelle indagini giudiziarie.  Ha nella sua carriera affrontato e vinto processi difficili, anche eclatanti. Le bollette elettriche, in questo senso,

avrebbero dovuto dare la rapida certezza sull’identità del cadavere. Sono io, abito in quella casa e ci si arriva da quella strada. Mettiamo che l’uomo sia lucido, spaventosamente lucido nel suo atto di morte. Allora mette carte e bollette nelle tasche del cappotto, guarda con attenzione all’abisso, comprende che il luogo del lancio lo farà cadere, con ampi margini di probabilità sulla strada o comunque vicina ad essa e scatena, con l’azione, il risultato cercato. Convince?

Ma si, durante il volo, le carte si disperdono ma poi, prese dal senso di colpa,

cominciano a districarsi dal vento e si dirigono verso il suo padrone che, ora

giacente sul duro letto della strada, le raccoglie con amore e le distribuisce come farebbe un baro durante un gioco. Convince? Se il baro non c’è stato a manipolare la scena sotto il ponte allora perché il rapporto di polizia non parla delle carte? Perché le carte non sono state consegnate al figlio? O sarà stato forse un becchino, un infermiere. O uno qualsiasi che arrivato vicino al cadavere fruga nelle tasche del morto, prende le carte e le dispone tutte intorno. Convince?

Emerge, dalla contro indagine, uno di quegli elementi che un vero investigatore o un giornalista investigativo chiamerebbe “importanti prove silenti”. Si tratta di quelle tracce che assumono valore rilevante solo se si è capaci di incastrarle in una scena chiusa, definita, solo se si è capaci di leggere la scena come se fosse stata vissuta in prima persona. E la scena c’è.  Ci sono le carte, c’è il cadavere.

Ma poi le carte non ci sono più a meno che non si voglia credere che il poliziotto pensionato sia affetto da demenza senile e abbia avuto una visione. Tanto fantasticata da immaginare le bollette elettriche. Allora invece non diamo per scontata la dichiarazione del poliziotto pensionato. Diamo per scontato che tutta la procedura sia stata rispettata. E’ vero il tutto che le autorità hanno dichiarato.

La scena di morte non è stata inquinata o manipolata. Il cadavere non è stato spostato. La strada di collegamento tra Modica e Scicli è stata davvero bloccata.

Avendo scelto l’avvocato il centro della strada, il suo corpo ha impedito  il flusso delle macchine verso le direzioni opposte. Così, solo dopo l’arrivo del magistrato,

si dispone, come la legge prescrive, il trasferimento del corpo. Il magistrato in questo momento dovrebbe assumere il ruolo del vero poliziotto e non

accontentarsi del solo rapporto di polizia ma integrarlo con i rilevamenti che raccoglie di persona, nel momento, sul campo. Quindi, con questa buona fede,

non è possibile pensare o solo sospettare che sia stato fatto qualcosa prima dell’arrivo dell’inquirente. Se queste carte c’erano, il magistrato deve averle viste.

Ma, in nessun rapporto se ne parla.  Forse non sono state ritenute importanti?

Forse si è pensato che il suicida le aveva in tasca e nell’impatto sono uscite come coriandoli, come farebbe il flusso del sangue? Forse il pensionato dello stato ha davvero avuto una visione? Cosa è credibile? Cosa non lo è?

La prova silente è davvero una prova importante?

CODICE IBLA   IL PRIMO CAPITOLO E LA MALEDIZIONE DEI CENTO ANNI

Una connessione c’era sempre stata tra il figlio e il padre tanto da confondere le azioni e i vissuti che si perdevano tra le dinamiche del tempo. La città di Ragusa è famosa per i suoi ponti che la collegano da una parte all’altra e per i tanti “suicidi” che scelgano dai quei ponti di lanciarsi. Ma, molto prima del 1991, cioè alla data della morte certa dell’avvocato, il figlio ha bisogno di sentire il padre. Lui è a Ragusa, attraversa un ponte e vede tanta gente che cerca di allungarsi per puntare la vista sull’ennesimo suicida caduto tra le campagne. Il figlio in quel cadavere vede il padre, la sua forma,la sua barbetta ma non vi era nessuna ragione, nessun elemento o indizio da portarlo a pensare che potesse consumarsi questa tragedia nella sua vita. E il padre infatti risponde alla telefonata del figlio,tranquillo risponde. La connessione è strana, sempre strana e ricade nella totale indifferenza quell’apparente concreto elemento dato dal fatto che il padre sia vivo o dal fatto che invece sia morto. La connessione è da capire, la connessione è da intuire con una analisi apparentemente più facile dopo che il padre è morto. Quando era vivo il figlio ha visto ma si è sbagliato ma poi quella stessa scena è tornata in un contesto relativamente distinto. E ora?, senza il padre, e poi ancora? Come andranno calibrati e tradotti i messaggi nel gioco delle diverse posizioni del tempo?

 

 

 

 

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