I GIALLI DELLA MONTAGNA

 PREMESSA

I gialli della montagna formano la raccolta del “CICLO DEL FREDDO E DELLA MORTE”.
Sono racconti brevi in cui la storia comincia e finisce ma non sempre appare
risolto l’enigma. Questo primo racconto apre lo scenario del ciclo e i piu’ attenti
lettori potranno trovare analogie,riagganci e rimandi come in tutti gli altri racconti dove,
forse, potrebbe celarsi la traccia, o la verita’ di un giallo irrisolto.

PRIMO RACCONTO

                                     IL DELITTO AUTONOMICO

Morgantino era calabrese e viveva in valle d’aosta. In questa terra di confine la
maggioranza delle persone  stilava la lista delle cose piu’ importanti per la vita
ma, raramente, compariva in questa lista la potenza della natura. Cosa diversa
naturalmente dall’amare e rispettare la natura. La potenza della natura era
un’altra cosa. Era come una visione, forse un’immagine piu’ potente come
il  pensare che un dio supremo avesse voluto lasciare una sua impronta
schiacciando un pezzetto di terra con tutta la sua forza perche’ l’energia
sprigionasse fenomeni naturali irripetibili. Come la crescista di grandi
montagne che avrebbero dovuto testimoniare per il resto dei tempi
la demarcazione del territorio scelto come visione,destino,energia o
forza suprema. Tuttavia,oltre la visione, tutto il resto non era affatto
semplice. Non lo era per chi, questo resto, cercava di raccontare e nemmeno
per tutti coloro che lo volevano indagare. Era evidente a tutti pero’ che in
valle si stava davvero bene. Era evidente,formalmente,escludendo tutte
le variabili. Morgantino, tutte le mattine, assolveva un suo rituale
fondamentale. Si trattava di alzarsi per essere alle dieci,sempre alle dieci,
e in perfetto orario, nel centro esatto della piazza centrale della citta’
di aosta. Guardava frontalmente l’alpino, il soldato delle grandi guerre
italiane che si trovava immobile,tutto in ferro o bronzo forse, a
testimoniare il sacrificio. Poi, con un passo lento e un leggero movimento,
si spostava verso destra per fissare un vicolo che aveva una parete adibita
alla pubblicazione degli annunci mortuari. Li’ si consumava sempre la stessa
scena. Gruppi di persone a fermarsi,a guardare il manifesto, per sapere del morto
e commentare la vita e la morte del defunto. E per Morgantino la stessa domanda:”Ma
chi sono questi? Sono veneti,calabresi,siciliani?O sono valdostani….?E allora, se sono
valdostani,sono come noi….del sud”. In effetti,quella scena,riportava alla Sicilia o alla
Calabria degli anni cinquanta. Ma chi poteva sapere com’era la valle d’aosta negli anni
cinquanta? Infine, Morgantino superava l’alpino, cercava il suo posto al bar,dove lo
conoscevano tutti, e aspettava. Il caffe’ con il quotidiano sarebbe arrivato spontaneo.
Anche questo rito era conosciuto, come le sue esclamazioni dopo la lettura della pagina
delle lettere al direttore:”Idiota! Idiota! Idiota!. Il barista,qualche volta, pensava di tirare
dal giornale solo la pagina per lasciare il quotidiano agli altri clienti, perche’ solo la
pagina delle lettere al direttore Morgantino leggeva. Ma avrebbe rischiato di rovinare
quella preziosita’, il giornale, fresco di stampa, con ancora attaccato il profumo
dell’inchiostro che pareva un balocco o un
pasticcino alla crema,caldo caldo. E poi era tutto il rito del calabrese la vera
attrazione del mattino. Senza il giornale, intatto, era come lasciare un circo senza
nani, rubare Pinocchio alla Fata Turchina o innalzare nella piazza la bandiera italiana
prima di quella valdostana che era, tra l’altro, la bandiera piu’ bella del mondo con i
suoi colori dell’anarchia. Il nero, il rosso. Ma senza l’anarchia che lanciava un canto
flebile tra le valli, quei colori della bandiera mutavano in una scommessa, una puntata
alla roulette. Testa o croce. La terra puo’ farti felice, con la sua potenza della natura.
Oppure puo’ respingerti. Con la scelta di un popolo piu’ integrato all’idea politica
del beneficio autonomico che alle potenzialita’ libertarie del beneficio tradito.
Una mezz’ora dopo le dieci, lo spettacolo del circo cominciava.
La gente riempiva i tavoli, taluni si accostavano, piu’ vicini al calabrese.
La voce era forte,potente, vibrante, come l’ululato di un lupo della Sila:”Idiota!Idiota”
Idiota”. E partivano le scommesse. Testa o croce, rosso o nero. Chi era l’idiota?
Era chi scriveva la lettera, o era il direttore che la riceveva,che poi rispondeva?
Quel giorno si celebrava la festa della liberazione, proprio in quella piazza si
festeggiava il 25 aprile. Allora l’Italia c’era ma con una presenza tutta speciale.
Era tardi per Morgantino che sarebbe dovuto andare in stazione dove aspettava un
vecchio amico di Torino che conosceva dal 1999. Gli scommettitori delusi lo vedono
allontanarsi di fretta, anzi correre lungo la strada. Del vecchio amico di Torino
amava tutto. Amava il suo carattere, la storia della sua vita e la percezione che
fosse molto simile a lui, quando, in particolare, lanciava con la stessa ripetizione
ossessiva una frase distinta dalla sua, ma che allo stesso modo sentiva
efficace:”Mi sono rotto il cazzo delle donne, mi sono rotto il cazzo!”.
Renzo, il suo amico, era lucano, ex operaio della Fiat e sopravvissuto ad una vita
molto difficile. Durante il periodo delle grandi ristrutturazioni e dei licenziamenti
disposti dalla fabbrica automobili italiani di Torino(FIAT), piu’ di centocinquanta
operai si erano tolti la vita, un numero piu’ consistente probabilmente lo aveva tentato.
Renzo lo aveva tentato ma per altre ragioni. Ora, dopo lo studio del marxsismo, le lotte sociali e la
speranza della coscienza di classe, dei lavoratori fratelli e degli operai che si amano,
a Renzo erano rimasti solo due riferimenti che lo aiutavano a sopravvivere. Il primo
riferimento erano i soldi. Fare o poter fare qualunque cosa per i soldi per stare bene
perche’ tanto, pensava, “anche gli operai sono dei bastardi e cercano di salire i gradini
per fare lavori meno faticosi”. “Sono come gli altri” diceva, “si trovano a fare gli operai
solo per destino ma non avrebbero nessun problema a sostituirsi ai loro padroni”.
L’altro riferimento era tutto speciale e originale e Renzo lo chiamava la
“democrazia della morte”. Sembrava un concetto recente ma in verita’ lui lo aveva
gia’ inventato agli inizi degli anni sessanta, quando, da giovane operaio viveva i
tormenti della fabbrica, la calura insopportabile, il rumore infernale delle macchine,
l’incubo della sua esistenza. E vedeva le donne povere del sud arrivare a Torino per
emanciparsi come schiave. Le vedeva cadere,svenire, rotolarsi tra i grassi delle
catene di montaggio, incapaci di resistere. Ma poi gli dicevano che era solo questione
di abitudine. Il capo reparto prometteva migliori destinazioni in cambio di prestazioni
sessuali. Renzo era debole e,come tutti i deboli, custodiva la violenza solo nella sua
testa. Ma poi succede qualcosa per lui di speciale. Il capo reparto manca dal lavoro
da diverso tempo. Si viene a sapere che ha la faccia devastata dal cancro. Renzo vuole di
piu’ e va’ da tutte le donne a domandare:”Gliela hai attaccata tu la sifilide vero? Sei
brava,brava,dimmi,dimmi?”. Al terzo giorno riceve un pugno da un compagno:”Stronzo!
E’ solo cancro,lascia in pace le ragazze”. Da questo evento prende forma la “democrazia
della morte”. Un’invenzione che dovrebbe aiutarlo a sopportare la sua impotenza di operaio,
uomo solo che vive una societa’ che nutre e stritola, una societa’ che lui non ha il potere di
cambiare. La morte e’ l’unico vero sviluppo democratico di una umanita’ senza speranza.
Gli uomini tutto possono fare eccetto evitare la morte,vincere la morte. Ne’ possono
corromperla,tanto meno ricattarla. Cosi’ distingue tra “merdine”, “merde” e “merde schifose”.
La morte di una merdina lo ringiovanisce, la morte di una merda lo rigenera, la morte di
una merda schifosa lo convince che deve rimanere in vita per continuare ad assistere allo
spettacolo. Lo tormenta il sapere di non avere nessun potere per provocare la morte o
le  disgrazie di qualcuno. Puo’ solo aspettare, vivere d’attesa, ma poi si convince che,
in qualche modo, anche lui come elemento forma parte di questa rappresentazione
definitiva. Una lettura razionale direbbe che e’ stato il caso,la coincidenza, il destino.
L’operaio invece comincia a credere diversamente ora che, anno per anno, la sua umanita’
muore giovane, di malattie e disgrazie. Elabora Renzo il suo mondo perfetto, la sua
tecnologia della morte come pensare in forma permanente alla morte del suo destinato o
guardarlo in un modo particolare perche’ si affermi la democrazia della morte. Un caso cosi’
poteva finire blindato in un manicomio. L’assurdita’, il destino, o quella che gli pschiatri
avrebbero chiamato la “verita’ di Renzo” apre strade inaspettate. Tutti cominciano a
rispettarlo, tutti hanno paura di lui,soprattutto dei suoi sguardi quando accade qualcosa che
non gli piace. Tutte le sue richieste in fabbrica vengono accettate. Arriva ad avere il posto piu’
ambito tra chi non ha nemmeno la licenza elementare. I capi sono perfino disposti a fargli
prendere un titolo di studio. Ma Renzo capisce che deve fermarsi per rispetto ai
compagni che ha lasciato negli alti forni. Ora e’ nientemeno che capo vigilante dei sistemi di
allarme. Altro non deve fare che stare seduto dentro una cabina senza rumori, fresca
d’estate e calda di inverno, e, nell’attesa che suoni qualcosa, puo’ leggere o scrivere,
guardare i fumetti,ascoltare la radio, fare i cruciverba. La sua vita si rovescia ma e’ peggiore.
Ha sconfitto il mostro della fatica ma ora ha davanti a se’ quello della solitudine.
Tutti gli operai che gli passono davanti vorrebbero lanciarli sguardi di disprezzo o invidia o
di morte per sapere se possono essere come lui. Ma hanno paura. Perde i pochi amici
che aveva. Qualche volta pensa, altre volte ripensa a quella assemblea sindacale quando si
doveva dibattere della liberta’ delle donne e lui invece prende il microfono per spiegare la
sua democrazia della morte. Si pente di averlo fatto, di aver svelato il suo segreto.

LE INCHIESTE SOCIALI DI DANIELE RUTA

IN VIAGGIO TRA LE PIETRE E I SASSI PER CERCARE DI RACCONTARE IL MONDO

Viaggiare e capire. Con la sensazione che qualcosa di grandioso ti accompagna. Essere da solo
e poter toccare l’umanita’ della vera verita’ dei fatti e delle parole. Sono lontano dagli
strinminziti servizi dei gazzettieri dei giornali. Lontano sono dalle imbecillita’ televisive.
Sono lontano da tutto cio’ che appare identico e perfetto, racchiuso in una normalita’
convincente. Ma questo viaggio no, c’e’ un no, in tutti i miei viaggi. Le pietre e i sassi
parlano al cuore, gridano, tra i deserti delle menzogne, le verita’ delle persone. E anche
le loro colpe. Ma e’ tutto vero in questo viaggio che non finira’ mai. Anche altri un giorno
potranno prendere il mio posto e anche cosi’ si capira’ che le tecnologie e la rapida e sempre
piu’ veloce rivoluzione tecnologica sara’ inutile se non ci saranno uomini disposti a viaggiare,
a domandare,da soli, con una penna in mano e un computer dentro la testa. Senza l’anima,
tutto il resto e’ superfulo. Rischia anzi, tutto il resto, di moltiplicare le informazioni a
beneficio della menzogna con l’aggravante di fare apparire le conquiste della blogosfera
come la vera e finalmente determinata liberta’ del mondo. La chiesa ebbe un sussulto quando
fu’ inventata la stampa. La bibbia ora poteva essere stampata a basso costo e tradotta in altre
lingue. I prelati rischiavano di perdere il potere della conoscenza. L’obbligo di leggere i testi
sacri in latino, di fare messa in latino, non era piu’ sufficiente a contenere il rischio. In questa
seconda e piu’ grande rivoluzione del ciberspazio, la piu’  grande della storia umana, saranno
ancora una volta gli uomini a decidere il percorso e il processo, non il mezzo. Al ferro che
batte l’inchiostro sulla carta, oggi all’azione di una mano che batte il pensiero per il mondo,
a tutto questo certo si contrappone la scelta degli uomini. I primi della prima rivoluzione
sapevano di avere un mezzo che avrebbero potuto rendere vincente con l’anima,con la penna,
con il cuore. Occorre non dimenticarlo.

CONTINUA CON LE INCHIESTE SOCIALI

L’IPOTESI DI GHAZZE

PREFAZIONE AL LIBRO L’INNESCO COME IPOTESI DI GHAZZE di Daniele Ruta
Prezzo 18 euro  Tutti i diritti riservati

NOTA DELL’AUTORE

Scrivere un libro e’ bello, difficile qualche volta. Non ho mai creduto alle prefazioni. Ma questa volta
invito volentieri i lettori a cominciare la lettura del libro solo dopo aver letto questa nota perche’
e’ molto complessa e articolata la storia e il percorso storico dell’Innesco come ipotesi di Ghazze.
E poi ci sono indicazioni che vanno riportate ed elementi che vanno segnalati. E’ un tutto indispensabile
per raccontare la storia della storia. La storia dell’opera e la storia dei suoi significati. Ho finito di scrivere
questo lavoro nel lontano 1994 e il suo titolo originale era:”L’innesco come ipotesi di Gahhze”. L’idea era
che tutte le storie dovevano intrecciarsi tra di loro per confluire nell’ipotesi. Ero convinto che se avessi
staccato dal libro anche un solo racconto, il libro avrebbe perso il suo corpo e la sua anima. Perche’ erano
i racconti che divenivano pezzi di un puzzle per la raffigurazione della scena. Mancando un solo ritaglio
l’immagine non si sarebbe vista. Il racconto “Tra le montagne per fermare il tempo” fu pubblicato da un
giornalino inesistente editato in un posto maledetto.  Tra quelle montagne si realizzarono i primi contatti
con alcuni dei personaggi e si svilupparono i primi elementi che attendevano di intrecciarsi plasticamente.
Se non avessi vissuto in altri posti e in altri luoghi, le cose ascoltate, dette, o immaginate  dall’umanita’
dell’incontro, senza dubbio, non sarebbero nate. E’ questa la magica ed eccezionale fenomenologia del
lavoro di narrazione. Se non fossi stato nel Carso, in Carnia, tra gli Abruzzi, nelle terre tutte, uno dei tanti
personaggi non sarebbe mai diventato, nessuno sarebbe mai divenuto. I personaggi piu’ semplici, quelli
piu’ tragici, i piu’ complicati. Umanita’ reale che nasce con l’indagine sociale. Avevo scelto di lavorare con
il pensiero ma sapevo che mi sarei dovuto confrontare anche con il tempo e le distanze. Pertanto Fufu’
non e’ un uomo reale. Lui si e’ formato con pezzi di uomini, con pezzi di storie e di umanita’ e il collante
usato per attaccare il tutto e’ stato il viaggio del narratore affondato nel triangolo del tempo, del pensiero e
della parola. Il libro poteva non finire mai se non si fosse scelto di fermare il treno o di attraccare la nave
in porto. In questo caso Fufu’ sarebbe diventato un personaggio piu’ complesso, con piu’ pezzi di
umanita’ e con dentro piu’ conoscenza. Sociologica, pschiatrica, pscologica. Ho scelto il metodo,
plasticamente. Portare a me tutto quello che sapevo,tutto quello che indagavo. Lavorare con l’inchiesta
giornalistica e l’indagine sociale. E modellare. Avrebbe Fufu’ espresso molte piu’ cose intanto che gli spazi
diventavano grandezze. Tra le pagine leggerete la gioia e la vitalita’ della vita riportata da occhi che vedono
laghi, nature, paesaggi tutti difficili da raccontare. Con questa gioia anche l’umanita’ si ama. Tanto da fare
la scelta del lavoro plastico. Ricucitura, riaggancio, rimando. E scatenare domande. Perche’ costruire
Fufu’, che e’ mezzo paranoico e mezzo siciliano, con ritagli di altri mondi? Non lo si poteva lasciare solo
siciliano? E caratterizzarlo cosi’ come principalmente appare? La risposta sta nel metodo di lavoro e nelle
intenzioni per realizzarlo. Ho studiato le scienze umane, ho studiato cosa studiano e cosa pensano
gli pschiatri e gli pscologi. Ho analizzato le loro trappole mentali e i loro tentativi di acquisire potere
ed esercitare violenza con la loro mente elementare. Molto elementare. Tanto elementare da costringerli
a rifugiarsi in studi contradittori per evitare di diventare loro “pazienti”. Piu’ semplicemente ho lavorato per
capire quali sono i metodi  e le tecniche per le azioni di violenza dei falsi vincenti e di tutti coloro che,
vigliaccamente, si coprono con un titolo, con un apparato e sentono di essere forti perche’ sanno
che tutti gli altri vigliacchi gli sono accanto.
Ma se si provasse a tirarli fuori dal branco diverrebbero inerti come dei vermi e finirebbero tra le strade del
disagio e dell’emarginazione molto prima di coloro che hanno saputo resistere e hanno voluto almeno
combattere i conflitti della loro esistenza.
C’e’ quindi nell’opera un primo atto diretto di giustizia che ci dice che la differenza, questa differenza,
e’ solo un inganno. Tutto cio’ che ci succede,tutto cio’ che noi viviamo, per come lo viviamo, e’ determinato
forse da una condizione sola, o da tante e piu’ diverse condizioni. Puo’ essere un incontro, un modello sociale,la storia di un territorio e anche una sola di queste condizioni potrebbe esplodere se agganciata
ad una storia del nostro passato o ad una immagine che proiettiamo nel futuro. I falsi vincenti non lo
dicono perche’ non lo sanno. Infatti non li troverete tra i miei personaggi la cui espressione, la cui
tensione, potete interpretare. Ed e’ in questa luce di verita’ espressa con la parola diretta che molti
di voi si ritroveranno.  E capirete che siete, in parte, come loro, ma che non lo avete raccontato mai
a nessuno. Se qualcuno di voi lo avesse fatto sarebbe caduto nella trappola. E’ il tranello di coloro che
vi avrebbero subito identificato come “diversi”, che avrebbero comunicato la vostra diversita’ per
rendere sempre piu’ grande il selciato tra i due mondi distinti. I falsi vincenti si sarebbero nutriti della
vostra anima. E avrebbero potuto dire dove stanno le parti, dove e’ collocata la linea di demarcazione
che divide il mondo reale da quello irreale, quello sociale da quello asociale. A che serviva dunque narrare i falsi vincenti e a che scopo? Nel descrivere Fufu’ lo scopo invece c’era. Lui doveva essere un uomo che poteva abitare a Canicatti’ ma pure a Zagarolo. Allo stesso modo Lorenzo, Stefano, tutti gli altri. Uomini vivi,vitali, che non mentono al mondo, che non portano la menzogna nella loro vita.
Con quanti giornalisti ho costruito Michael Pott? Tanti, vi assicuro tanti. Alcuni di loro erano
sicuramente piu’ bravi dei tanti mediocri che i potenti piazzano tra le redazioni dandogli il ruolo
di culi di piombo. Lavorano a riscrivere cose gia’ scritte da altri e di questo si accontentano.
Si accontentano di essere chiamati giornalisti e di avere una bella macchina cosi’ che le
ragazze non li lasciano. Con il mondo di Michael Pott mi sono confrontato per un tempo lungo e
con questi personaggi del mondo ho vissuto spazi di vita e compreso la disperazione di chi
sceglie di raccontare e si trova privato degli strumenti per poterlo fare. Perche’ gli altri sono molti
di piu’ e si accontentano sempre. Uno di loro mi ha insegnato il valore della resistenza, mi ha
sempre ricordato che anche la notte finisce, anche la luna scompare. Li ho espressi tutti, in ogni
forma e onoro quelli che hanno perso, quelli che stanno nel campo di battaglia e che possono farti
capire che puoi far nascere una notizia anche guardando il tetto di una casa o il suo terrazzo.
Intanto gli anni passano e l’editoria continua ad ignorarmi. Mi convinco che questo sforzo letterario
e’ un tentativo gia’ perso. Considero l’idea ancora vincente ma penso che nessuno sia in grado
di adottarla. Volevo che i racconti scorressero gradevolmente e che con l’innesco plastico del
rimando l’ipotesi sarebbe stata letta chiaramente. Eppure, mi domando,che, di volta in volta,nel
passaggio del decennio, molte delle storie di gahhze prendevano luce, anche se esposte senza
l’approfondimento intimo dell’uomo che cerca di aprire una porta sconosciuta per entrare nella
stanza buia. La violenza sessuale e pscologica sulle donne, la violenza sul posto di lavoro o il controllo totale che si sta arrivando ad esercitare sul nostro vivere, sul nostro comunicare, sulla nostra
intimita’, sul nostro pensare. I personaggi di ghazze avevano allora ragione? Le tracce sono tante,
sarebbe inutile riportarle tutte. Cercatele e troverete voi da soli la risposta. Rammentate pero’ il
tempo del distacco. Leggerete cose concepite dieci anni fa’ e poi ci sono altre tracce e non troverete
riscontro.La sofferenza maschile non trattata ancora. Quella contrapposta che vive del riflesso
di una violenza diretta all’altro sesso. Si vuole e si deve rappresentare l’uomo come un prototipo che diventa
macchinetta in serie, sempre disposto ad accettare l’idea conforme, quella dilagante. I soldi, il sesso, la droga, le macchine e la corruzione di se stessi per avere tutto questo. Ma io so che non e’ cosi’, lo so per il
mondo che ho indagato,per le storie che ho cercato,per la sofferenza che ho trovato. Esiste una maggioranza
silenziosa che aspetta sempre qualcosa di nuovo, che aspetta di trovare una nuova parola e un nuovo modello per pensare con gli altri. Nasce per questo Alan Saxi e in questo si articola e si evolve la sua scelta
definitiva. Perche’ questa umanita’ che vorrebbe esistere ha paura di comunicare, ha paura di cominciare a
farlo. Non bisogna esporsi e nemmeno tentare di dire le cose vere.  Un’idea non deve essere espressa con
tutta la sua forza, un’idea puo’essere carpita per essere contraffatta, o contraddetta per essere dimenticata.
O deturpata, derisa, profanata e con questi elementi alimentare il fuoco che la distrugge.  Gli anni del decennio li ho vissuti da un posto all’altro trovando gli uomini e le donne dell’umanita’ che mi ha detto di
restare, fermarmi, che mi ha sollecitato a scrivere. Ho trovato rifugio e amore e pensieri e parole che in
altri posti non si sarebbero mai formati. Anche se i falsi vincenti ci sono, come posso credere che il mondo
sia tutto uguale, come loro dicono. Intanto che ci sono, intanto che lavorano a mistificare e ad alterare i
significati della nostra vita, intanto che fanno questo ci sara’ sempre qualcuno disposto a contrastarli.

I DIALOGHI TRA UN IRLANDESE E UN ISLANDESE

Tu pensi che avranno un peso le nostre parole, i nostri dialoghi? Ci leggeranno?
Accidenti! Eccome! Ma si che avranno un peso,le nostre parole saranno importanti e non solo
per quello che ci diciamo. Non ti rendi conto che siamo proiettati verso la piu’ grande
rivoluzione della nostra storia umana. Oggi i pensieri importanti possono raggiungere tutta
l’umanita’ del mondo. Anche per questo e’ nostro dovere lavorare perche’ la rete diventi uno strumento
serio, professionale tanto quanto basta perche’ il mondo possa distinguere i migliori dai peggiori,
le intelligenze dai cretini e poter riconoscere gli uomini e le donne che hanno qualcosa da dire
rispetto agli ignoranti che vogliono solo comparire.
Gia’, e’ sempre lo stesso aspetto della storia. I migliori fanno le rivoluzioni, poi arrivano gli sfruttatori,i
parassiti…
Si, ma prova a pensare. Questa volta la scommessa si gioca ad armi pari. E’ come una lotta primitiva,
leale. Nessuno puo’ filtrare o compromettere la tua forza,la tua intelligenza,la tua esperienza. Nessuno
puo’ fare questo almeno in tutti quei paesi che hanno bisogno di dichiararsi democratici.
E gli altri paesi? Gli altri popoli?
Sono paesi e popoli che non vanno dimenticati, ma per non dimenticare occorre che si cominci a
parlare di vera verita’ della parola e del pensiero. L’umanita’ ha un dovere e un’occasione.
Puo’ dimostrare di essere migliore dell’umanita’ peggiore, dei mediocri e dei ruffiani, la peggiore umanita’
fatta di coloro che appaiono con un ruolo e un’importanza e invece non sono niente.
Allora cominciamo?
Si,cominceremo.

FINALMENTE SUL WEB TUTTA LA LETTERATURA DI DANIELE RUTA

Il blog danielerutagiornalista comincera’ a pubblicare tutta la letteratura di daniele ruta iniziando dalle sue
opere minori, dagli scritti giovanili e dai primi saggi ma senza tralasciare naturalmente le inchieste
giornalistiche realizzate durante un tempo lungo ma ancora sorprendentemente attuali per i contenuti,
le problematiche e le vere verita’. Il blog viaggiera’ pertanto su un doppio binario. Il treno condurra’
il lettore verso scritti antichi e inchieste e letteratura piu’ recente. Segnaliamo infine che alcune opere sono
state pubblicate dall’Osservatorio Letteraio di Ferrara. Un libro:”La mia Penna”, classificato e conservato
dalla biblioteca nazionale di Firenze, lo segnaliamo in modo particolare ai lettori che volessero
comprendere ma anche divertirsi con il racconto:”Gli esami di maturita’”.

ODE A DANTE ALIGHIERI

Vorrei sostare
accanto a te
vicino alla tua tomba
perche’ avevi capito tutto
Sommo Poeta
Sulla giustizia
L’inferno
E il contrappasso
Come hai potuto
E con quanta forza
Indagare
L’inconoscibile?
Vorrei esserti accanto
Per rubarti
quei segreti
che hai lasciato
nascosti
O naufragati
in uno spazio
Che tu solo conosci
Nessuna risposta
ancora
mi appare
Nell’attraversare i tuoi marmi
Intanto che cerco di trasformare
La poesia in pane
 E in risoluzione
definitiva
Per ogni cosa

IN MORTE DELL’AVVOCATO CORRADO RUTA

Pubblichiamo senza commenti  l’esposto denuncia presentato da daniele ruta, relativo alla morte del padre
avvenuta a Modica il 25  Aprile del 1991. Con le pagine Catone mio padre che saranno successive troverete il grande romanzo della vita dell’uomo,del politico, del padre.

ESPOSTO DENUNCIA

Gentile Procuratore nazionale antimafia
    
     Procura Nazionale Antimafia    via Giulia 52 Roma

e p.c. Gentile Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
                                                               Quirinale ROMA

e p.c. Procura Generale presso la Suprema Corte di Cassazione
                                                                    Palazzo di Giustizia
                                                                    Piazza Cavour Roma

Io sottoscritto daniele ruta, nato a Ragusa il 18 settembre 1963 espongo quanto segue:

Mio padre, l’avvocato Corrado Ruta, tra i fondatori in Sicilia del Partito d’Azione, esponente di spicco del
Partito Socialista negli anni sessanta, fondatore del Partito Comunista della Sicilia ed autore di numerose battaglie civili, muore il 25 aprile del 1991. La versione ufficiale accreditata dagli organi di polizia e’ suicidio per caduta dal ponte Gurrieri di Modica.
Negli ultimi anni ho pazientemente lavorato ad alcune ricerche che avrebbero dovuto aiutarmi nella stesura di
un libro sulla vita di mio padre.
E senza immaginare che, con alcune risultanze, la versione sulla sua morte non era piu’ cosi’ scontata.
Per semplicita’  riassumero’ tre punti fondamentali che, qualora mi fosse richiesto, avro’ modo di esplicitare con piu’ completezza.

1) Ci sono molte circostanze sugli ultimi istanti di vita e di morte di mio padre che non coincidono ma che
anzi si contraddicono.

2) Un testimone riferisce che mio padre sarebbe stato ucciso e poi buttato dal ponte Gurrieri. L’intervista, da me realizzata, e’ stata pubblicata da un periodico romano nel marzo del 2005.

3)Il medico legale giunto sul posto dove giaceva il cadavere di mio padre a mia domanda mi ha
testualmente risposto: “Il cadavere di suo padre non aveva sangue”. Elemento questo che avrebbe dovuto quantomeno portare le autorita’ ad effettuare un’autopsia che invece non e’ stata fatta.

Per queste ragioni signor Procuratore le chiedo di disporre , con effetto immediato, nuove indagini e la
riapertura dell’inchiesta autorizzando le operazioni alla Direzione Investigativa di Roma a cui assegnare
pieni poteri ispettivi. Ritengo questo un passaggio fondamentale poiche’, al di la’ delle circostanze, la
lettura della morte di mio padre si apre in uno scenario prettamente ambientale con una condanna civile gia’
annunciata da una umanita’ perversa e paludosa che potrebbe essere riassunta dai titoli della stampa locale.
A cominciare dalla “Sicilia” di Ciancio.
E’ l’umanita’ vigliacca che e’ forte con i deboli e debole con i forti e che colpisce  solo coloro che non hanno
piu’ nessun strumento per difendersi. Mio padre era tutto diverso da costoro, tutto l’opposto.
Anche per questo le chiedo di agire.

li’ 21 aprile 2006                                                                                          Molto Cordialmente
                                                                                                                    Daniele Ruta